Questo libro è uscito dal catalogo Prospettiva Editrice il 30 settembre 2011 e non è più in commercio - Tutti i diritti sono tornati all'autore
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Copia conforme dell'intervista:
Che scrittore è Guido Pagliarino e come ha
iniziato?
Sono saggista, narratore e poeta. A parte qualche verso
adolescenziale, ripudiatissimo, cominciai una trentina d’anni fa con la tesi
di laurea, Storia Economica e Sociale, pubblicata nel 1974 sulla rivista
“Economia e Storia” per iniziativa del relatore Mario Abrate, uno dei miei
due maestri, facoltà di Economia e Commercio, in discipline filosofico-sociali
e storiche; l’altro era stato Carlo Cipolla. Seguirono articoli su riviste di
varia umanità mentre, inaspettatamente, tornavo a scrivere poesia; il mio primo
libro di versi fu “Per amore della società aperta”, 1979, composto su
influsso filosofico del Popper. Nel 1981 altra raccolta, “La speranza
possibile”, Rebellato. Entrambe furono recensite, fra l’altro, su “La
Stampa – Tuttolibri” e “il Giornale”, allora diretto da Indro Montanelli;
ma entrambi i libri presto rifiutai, non più contento se non di alcune poesie
che, nondimeno variandole, solo vent’anni dopo avrei ripubblicato sul mio
portale internet www.pagliarino.com , insieme ad altre nuove, anni ’90, a
tutt’oggi inedite a stampa: in tutto, poche decine di liriche. Nel frattempo,
verso la metà degli anni ’80 avevo deciso di non scrivere più, e francamente
senz’alcun dramma. Volevo poter leggere maggiormente, e il tempo difettava:
non si deve smettere di raccomandare ai nuovi scrittori: leggete, leggete… e
scrivete, se proprio vi è necessario, un’opera ogni cento lette. Ormai
ultraquarantenne, nel 1990, miracolo! ecco giungermi improvvisa tanta
ispirazione quanta mai prima. Scrissi un poema epico sociale, “Centro
storico”, stampato nel 1993 dal torinese Centro Studi Cultura e Società;
negli anni si sarebbero aggiunti alcuni poemetti, da me lasciati inediti.
Intanto, avevo scelto d’essere scrittore a tempo pieno. Avevo steso il mio
primo romanzo, “Un’indagine del ‘500”, e diversi racconti; erano seguite
opere di genere, un romanzo e quattro racconti giallo-polizieschi nonché altri
di fantascienza, lavori che, non essendo ancora pienamente soddisfatto, avevo
lasciato nel cassetto, a parte un paio di racconti pubblicati dalla Montedit in
un libriccino, per un suo premio-pubblicazione. Avrei nel tempo rivisto molte
volte quelle opere, che finalmente mi sembrano a punto; ed ecco un altro
consiglio modesto: riscrivere, riscrivere, il primo getto raramente è
l’ottimo, basti vedere quante volte i classici siano tornati sui loro lavori.
Eppure, c’è tanta supponenza in giro. Quando, anni ’90, ero divenuto editor
per alcune piccole editrici e per la media Tracce di Pescara – eh, già, dopo
oltre cinque anni di silenzio ero ormai uno sconosciuto nello smemorato mondo
delle lettere, e avevo dunque provato a farmi riconoscere anche così –
ebbene, quante necessarie varianti in testi di autori che, pur di base valendo,
non avevano provato a rileggersi per migliorarsi; e qualcuno, invece di
ringraziare, se n’era pure risentito.
Ci ha fatto nascere una curiosità. Ha detto d’essere scrittore a
tempo pieno: davvero lei riesce a vivere di penna?!
Neanche in sogno. Fino al 1991 avevo lavorato in altri campi, due
professioni parallele che m’avevano consentito, nel tempo, di risparmiare
l’occorrente per vivere. Così, d’accordo con mia moglie, in quell’anno
avevo fatto il salto, una scelta che comunque era, e continuo a ritenere,
coraggiosa: dalla penna, reddito tendente a zero, a parte i due milioni di lire
del Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri assegnatomi
nel 1996 per le mie pubblicazioni fino a quell’anno, e qualcosetta come editor
e/o prefatore; quindi, se non avessi accumulato prima, nemmeno avrei potuto
pensarci, d’essere semplicemente scrittore, anche perché la pensione, se
arriverà, è ancora relativamente lontana.
Ha ricevuto un premio ambito, quello della Presidenza del Consiglio
dei Ministri. Altri riconoscimenti letterari?
La prima silloge di poesie fu finalista per l’opera prima
all’importante “Premio Biella” 1980; questa e la seconda raccolta ebbero
alcuni primi premi, peraltro secondari, e una ventina tra secondi, terzi e via
scendendo; anche “Centro storico” ebbe riconoscimenti; ma a parte il Premio
della Presidenza del Consiglio, che per inciso m’era giunto veramente
inaspettato, io tengo sempre e solo agli ultimi; in questo momento, a quelli
assegnatimi per libri pubblicati con la Prospettiva editrice.
Come ha conosciuto Prospettiva?
Internet. Un buon incontro, per il quale tre miei saggi sul
Cristianesimo, stesi fra il ’97 e il ’99, hanno trovato finalmente, nel
dottor Giannasi, un editore coraggioso. Bisogna fare qualche passo indietro.
Avevo inviato questi testi a editrici specializzate, la San Paolo, l’ElleDiCi
e altre minori, ricevendone da tutte tanti complimenti e un netto rifiuto,
insieme ai dattiloscritti di ritorno. Avevo spedito quindi a editori laici, e
stavolta neanche un rigo di risposta. Avevo allora provato con una nota agenzia
letteraria di Firenze che, avendo apprezzato le tre opere, aveva contattato la
cattolica Piemme e la laica Mondadori che aveva appena inaugurato una collana
sulle religioni: niente. Forse ne so il perché: di lì a non molto erano usciti
da quelle stesse case libri di autori famosi sui medesimi argomenti, anche se da
ottiche diverse dalla mia.
Ecco, secondo quale ottica lei scrive di
Cristianesimo? e come mai s’è interessata a quest’argomento, lei ch’era
nota in passato come liberale gobettiano agnostico?
Ora non più, sono cristiano; ma i miei saggi non hanno
un’ottica catechistica: un conto è studiare il Cristianesimo, conoscenza
utile a tutti, e un altro, essendo credenti, approfondirne poi il catechismo. Il
mio è un approccio storico-critico, quello stesso appreso all’università,
per altri campi della Storia ma applicabile pure al Cristianesimo. Intendo
rivolgermi sia a credenti, sia ad agnostici. Nei miei anni sabbatici, tra l’85
e il ’90, avevo incontrato, doni di mia moglie, alcuni testi sul Cristianesimo
che m’avevano indotto a indagare; m’ero detto: “La cultura occidentale non
si basa solo su Omero ma anche sulla Bibbia, e hai dunque soltanto una mezza
cultura. Studia!”. Lessi testi, seguii corsi e conferenze, proseguendo la
ricerca negli anni ’90, ormai tornato alla scrittura. Nel ’97 avvertii,
senz’averlo prima programmato, d’essere pronto a scrivere un saggio sul
Cristianesimo, un approccio storico-divulgatico alle sconosciute figure di
Cristo e dei primi evangelizzatori: “Gesú, nato nel 6 ‘a.C.’, crocifisso
nel 30”. Seguì una seconda opera, “L’eterno corpo umano”, pubblicata
poi, come la precedente, dalla Prospettiva, sotto il diverso titolo “La vita
eterna”; infine scrissi il saggio “Cristianesimo e Gnosticismo: 2000 anni di
sfida”, pure uscito per i tipi di quest’editrice. Va anche precisato che,
essendomi interessato fra l’altro al fenomeno dell’Inquisizione, ne era già
venuto il romanzo “Un’indagine del ‘500”, mentre il Cristianesimo aveva
fatto capolino in qualcuno dei miei racconti. I tre saggi hanno dato fastidio a
cattolici integristi, ne ho avuto lettere ed e-mail di rimprovero; invece, hanno
destato interesse presso cattolici post-conciliari e non credenti. Un teologo
docente di religione m’ha detto d’aver citato più volte il mio saggio “La
vita eterna” in due sue conferenze, raccomandando il libro, l’autore e
l’editore. Grazie professore, anche perché, se ho ben capito, ha trovato
nell’opera concetti innovativi in campo teologico, ad esempio sul perché
dell’incarnazione di Cristo; e pensare che teologo io non sono, pur avendo
letto diversi libri di quei corsi; per inciso, il non esserlo m’aveva
danneggiato in campo editoriale, ché in tanti circoli culturali italiani ci
vuole la patente per essere considerati. Non per la Prospettiva editrice,
finalmente.