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© 1996 by Guido Pagliarino

 

Il VANGELO PERDUTO

(Il Vangelo in aramaico)

 

INDICE

INTRODUZIONE 7

 

EPIGRAFI 9

 

VANGELO IN ARAMAICO SECONDO LEVI MATTEO 11

Parte prima 13

Parte seconda 22

Parte terza 51

Parte quarta 119

Parte quinta 141

Parte sesta 154

 

POSTFAZIONE 155

 

NOTA SULL'AUTORE 161

INTRODUZIONE

Sebbene siano passati quasi cinque anni dal nostro ritrovamento, non senza emozione presento oggi questa mia traduzione dall’aramaico all’italiano d’un documento storico primario che si credeva perduto: durante la nostra ultima spedizione in India, mentre si studiava un sito, io e miei collaboratori abbiamo scoperto un cunicolo che custodiva i papiri del primo vangelo di cui si avesse notizia, quello in aramaico di Matteo, scritto, secondo quanto porta a credere l’analisi testuale, durante gli anni 28-50 del I secolo e presto smarrito. Ho voluto avere ragionevole certezza che proprio di quel documento si trattasse, prima di pubblicare. Si tratta d’un testo ben conservato, benché steso su deteriorabili papiri, grazie a particolarissime condizioni d’assenza d'aria nel loco in cui giaceva. Giudico, secondo verosimiglianza, che sia completo, a differenza della maggior parte delle circa 5200 copie di libri neotestamentari finora a nostra disposizione, peraltro del II e III secolo al più presto; infatti, la più antica in nostro possesso era, sin ad ora, il "Papiro Rylands" dell'anno 120 circa. La scoperta è dunque sicuramente straordinaria, tanto per la Storia del Cristianesimo quanto per i credenti di questa religione. Anticipo che una gran parte del testo fu scritta prima della crocifissione di Cristo. Si può parlare d’un diario tenuto dall’apostolo Levi Matteo. Risulta chiaro dalle parole dell’autore che, per molto tempo, questi non aveva affatto pensato che Gesú fosse Dio. L'aveva ritenuto un messia politico, di cui aspirava a divenire ministro. Solo nelle ultime parti del libro, stese anni dopo e in cui è testimoniata la risurrezione di Cristo, appare l'illuminazione; e solo allora Matteo definisce il Risorto tanto Dio quanto uomo dal corpo glorioso e spirituale.

Ho premesso alla traduzione un richiamo epigrafico ai testi che ci fornivano generica notizia di questo perduto e adesso ritrovato evangelo. Ho diviso il documento in parti considerando, secondo l’analisi testuale, il probabile ordine di stesura. Ho inserito alcune note storico-sociali, ritenendole utili al lettore non specialista.

Dicembre 1996                                                                                        

P.G.

EPIGRAFI

 

"Matteo raccolse in dialetto ebraico i detti del Signore e ciascuno li tradusse come era capace".

(Lettera di Papia vescovo di Gerapoli, discepolo di un Giovanni – l’evangelista? – e morto fra il 120 e il 130 d.C.)

 

"Matteo scrisse un vangelo presso gli ebrei nella sua lingua materna".

(Ireneo di Lione, morto verso il 200 d.C., discepolo di Policarpo di Smirne a sua volta discepolo di Giovanni apostolo: "Adversus haereses")

 

"Si dice che Panteno andò nelle Indie e anche che trovò che era stato preceduto dal vangelo di Matteo presso alcuni indigeni del paese i quali conoscevano il Cristo. A costoro Bartolomeo, uno degli apostoli, aveva predicato e lasciato in caratteri ebraici l'opera di Matteo".

(Eusebio di Cesarea, morto nel 339 o nel 340 d.C. "Historia Ecclesiae, V, 9,1; 10,1")

 

VANGELO IN ARAMAICO SECONDO LEVI MATTEO

 

Parte prima

 

Mi son prefisso d’annotare i detti e i fatti di Rabbì Gesú. Ne ho informato il Maestro, che non s'è mostrato contrario: "So che conosci Torah, Nebi'im e Ketubim, che hai notizie di storia e scrivi per diletto poesie e novelle", m'ha detto sorridendo, dopo aver approvato col capo.

 

Da pochissimo tempo son stato chiamato. Ero, fin a pochi giorni or sono, un pubblicano, incassavo tasse per conto dell’occupante Roma e parte ne trattenevo per la mia borsa, non solo la percentuale stabilita, ma un poco di più, falsificando la contabilità: è prassi. La pecunia dunque non mi mancava e non m'importava proprio nulla del disprezzo dei miei compatrioti; oltretutto, quelle stesse persone non disdegnavano di venire segretamente da me per farsi imprestare denari, quando ne avevano bisogno per la semina o un matrimonio; e io ricambiavo il loro disprezzo caricando gl’interessi.

Sono Levi Matteo Bar Alfeo, peccatore.

Quella mattina, mentre ero al mio banco in piazza a Cafàrnao, intento come al solito a controllare e a registrare i movimenti delle merci e a incassarne le tasse, ecco una gran folla venire dal Giordano. Alla sua testa stava Gesú di Nazareth. Sapevo di lui fin da bambino, essendo anch’io nazareno. M’era sempre apparso una persona comunissima, così l’avevo dimenticato finché, mesi fa, era giunto qui. Non l'avevo avvicinato. Sentendone dire da gente sulla piazza, l’avevo giudicato un pigro che non aveva voluto continuare l’attività di costruttore del padre e s’era dedicato, come tanti altri falsi profeti, a elemosinare, ricambiando con massime di minuta saggezza e trucchi da magonzolo. È pur vero che la gente pensava operasse veri miracoli, ma si sa bene che gl’ignoranti son creduloni. Appunto, i tanti che in quel momento lo accompagnavano stavano dicendo, a gran voce, che aveva appena guarito un paralitico; ma non così uno di loro, un dotto scriba, che taceva e scuoteva la testa con espressione nient’affatto amichevole.

Gli scribi son gente da cui è meglio guardarsi, assai influenti, che se prendono a malvolere qualcuno possono fargli assai male. Vivono accanto ai sacerdoti, quali ascoltati interpreti della Legge. Di norma appartengono alla setta dei farisei, cui sono accomunati dallo zelo meticoloso per le forme. Tanti secoli fa, al tempo dell’esilio babilonese, gli scribi avevano custodito il patrimonio letterario religioso israelita, tramandandolo ai discepoli di generazione in generazione, finché nel loro àmbito, or sono circa cinque, sei secoli, era stata messa per iscritto la Legge. Erano dunque diventati i depositari ufficiali delle antiche tradizioni dei padri entrando, parte di loro, nell’assemblea giuridica e religiosa d’Israele, il sinedrio. Almeno in teoria, possono essere di qualunque stato sociale, salendo grazie allo studio, com'è in genere per i farisei, classe dei teologi divisa in sette scuole di cui due principali, quella di Hillel, che prèdica la misericordia, e quella di Shammai, che disprezza chi non è fariseo. Un altro gruppo di potenti, anzi il più potente, è quello dei sadducei. Si proclamano i discendenti dell’antico gran sacerdote Saduc. Sono gli aristocratici d'Israele e, per diritto di nascita, appartengono alla casta sacerdotale; ma son interessati più alla politica che alla religione; infatti, a differenza dei farisei, non credono alla vita dopo la morte.

Come ho saputo da condiscepoli, in poco tempo il Maestro s’è messo contro tutti e tre i gruppi.

Ecco che, fermatosi proprio accanto a me, quello scriba ha esclamato a gran voce, rivolto a Gesú e ai suoi: "Bestemmia! Quel peccatore ha detto al paralitico: Ti sono rimessi i tuoi peccati. Bestemmia! Egli, semplice uomo, s’atteggia come l'Altissimo". Io, del tutto in sintonia, ho sorriso compiaciuto. Il Maestro ha lasciato allora il suo gruppo e s’è avvicinato a noi. Pensavo volesse litigare con lo scriba, invece l’ha ignorato e, ormai prossimo, ha guardato me negli occhi. "Come?" ho pensato preoccupandomi, "non se la prende con lui che l'ha attaccato pubblicamente, ma con me per un semplice sorrisino?!". Egli però non m'ha affatto rimproverato; m’ha ordinato, con voce dolce: "Matteo, seguimi". Ebbene, non riesco ancora a capacitarmene, io, uomo d’affari abituato a comandare, non ho potuto che obbedire: il mio cuore ha ragionato solo più di lui e i miei reni sono stati presi da enorme entusiasmo. Poiché era quasi l'ora del pranzo, emozionato e felice ho incaricato il mio aiutante di gestire il banco delle tasse e ho invitato Gesú e i suoi a casa mia, lì vicino.

Quand'eravamo già a tavola sotto il porticato della mia dimora, son giunti alcuni ospiti, mercanti della piazza che approvvigionano la locale centuria romana, considerati dunque, come noi esattori, traditori e peccatori imperdonabili. Da tempo ero solito ospitarli, dietro mercede: la mia casa è prospiciente la piazza e dal porticato potevano gettare un occhio sui loro banchi durante la pausa per il pasto. Avevo da sempre l'abitudine a pranzi grassi. Sono una delle cose della vita più piacevoli e, in verità, adesso mi mancano. Anche quel giorno erano in tavola, fra l'altro, carni pregiate di bove e d'agnello e vino eccellente a otri; non come per le mense comuni, che non vedono quasi mai la costosa carne ma solo pane, pesce, erbe, zuppe, latte e formaggio, e dove il vino è bevuto con parsimonia. Gesú e i discepoli giungevano da un lungo disagiato viaggio, erano stanchi e avevano fame; dunque, non appena si sono accomodati sulle stuoie, hanno reso onore alla tavola. Tuttavia, dopo non molto, siamo stati interrotti dallo scriba di prima ch’è passato con alcuni dei suoi davanti alla casa, secondo il Maestro con intenzione: "Già, eccolo di nuovo", ci ha detto abbozzando un sorriso, non appena l'ha visto arrivare. Lo scriba, un volta accanto, ha esclamato, ma senza guardarci e tirando diritto: "Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e degli altri peccatori?!" ma Gesú dietro a lui, lasciato il sorriso: "Non i sani hanno bisogno del medico ma gli ammalati! Imparate cosa significa il detto dei Libri: Misericordia io voglio e non sacrificio. Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori. Medicina è lo Spirito dell'Altissimo che induce al perdono e indirizza al bene, pota i tralci maligni della pianta, raddrizza l'albero storto, incide e libera dagli umori maligni". "Si dice messaggero dell'Altissimo! Bestemmia!" si son apertamente scandalizzati, allontanandosi, quei brutti musi. Proseguendo, si mormoravano cose negli orecchi e, ogni tanto, qualcuno di loro si voltava un momento indietro, guardandoci con espressione corrucciata: non ho potuto afferrare i cattivi propositi che, sicuramente, stavano pronunciando.

Era previsto dall'Altissimo che quel pranzo non fosse tranquillo. Poco dopo sono giunti davanti al mio porticato alcuni discepoli particolarmente fanatici del profeta Giovanni detto il battezzatore, stretti osservanti della Legge e che, corre voce, fanno ormai gruppo a sé stante. Qualcuno doveva averli informati del mio invito. Anch'essi se la son presa col nostro pasto: "Come!" hanno rimproverato Gesú per bocca d'uno di essi, tutti indirizzandoci sguardi durissimi: "In questi giorni sacri noi digiuniamo santamente e i tuoi discepoli non digiunano?!" e, nella foga, gli è scappato un rutto. Fosse stato per me, avrei semplicemente risposto a quel villanzone e ai suoi compari: "Fatevi gli affaracci vostri, brutti musi da scemi!" invece il Maestro, sorridendo tranquillo, ha replicato mite: "Non è possibile che gl’invitati a nozze siano in lutto mentre lo sposo è con loro. Digiuneranno quando lo sposo sarà loro tolto. Chi mai mette un pezzo di stoffa grezza su di un vecchio vestito?! I vostri usi sono come un vecchio abito ormai logoro. Il rattoppo con stoffa nuova squarcerebbe il vestito procurando uno strappo peggiore. Neppure si mette il vino nuovo negli otri vecchi e ormai consunti, se no questi si rompono per la fermentazione, vanno perduti e il vino si versa. Invece, si mette il vino nuovo in forti otri nuovi e così anche i vecchi si conservano". "Nella Legge non c'è nulla di simile!" ha replicato duro un altro di quei noiosi. Se ne sono andati, con espressioni indignatissime.

Noi abbiamo in seguito discusso sulle parole di Gesú, concludendo ch'egli portava sì un messaggio nuovo, ma che pure il vecchio meritava d'essere conservato. Invece, ancora ci chiediamo cosa significasse che lo sposo non sarà più con gli invitati. Gesú si riferiva a sé? Farà un viaggio da solo? Si sposerà e ci abbandonerà? Perché, almeno con noi, non si spiega più chiaramente?!

Proprio farraginose quelle mie prime ore da discepolo! Mentre s'era solo alla metà del pasto, è giunto affannato il capo della sinagoga di Cafàrnao, Giàiro, s’è inginocchiato davanti al Maestro e: "Mia figlia", ha detto ansimando, "è moribonda, ma se tu vieni e imponi la tua mano su di lei, vivrà". Suppongo avesse avuto notizia della guarigione del paralitico. Tuttavia, proprio in quel momento è sopraggiunto qualcuno di corsa gridando, in verità senz’alcuna delicatezza: "È morta!". Giàiro s'è alzato in piedi lanciando un urlo; tuttavia, memore della propria alta carica, s’è subito ricomposto e… ha detto a Gesú una cosa che m'è apparsa del tutto assurda: "Se tu vuoi, ella rivivrà!". Ridare la vita è enormemente di più che sanare un male: ho pensato che il Maestro si trovasse davvero in grave imbarazzo. Invece, tranquillamente è andato con Giàiro; noi dietro, curiosissimi. Non bastava. Sulla via, una che soffriva notoriamente d'emorragia ininterrotta all'utero da dodici anni, ed era dunque esclusa dalla comunità di preghiera perché impura, come tutte le donne, peraltro, durante i mestrui, gli s'è avvicinata alle spalle, passando fra i molti che avevano preso a seguirlo, e gli ha toccato il mantello. Senza voltarsi il Rabbì ha chiesto, ma con un viso che non esprimeva vera interrogazione: "Chi m'ha toccato?". Doveva aver già intravisto quella disgraziata. S'è girato e le ha detto, semplicemente: "Coraggio, figlia mia, la tua fede t’ha sanata"; e lei è guarita davvero: "Sì, ha smesso!" ha urlato piena di gioia. "Vai subito a lavarti", le ha raccomandato il Maestro", poi presentati a un sacerdote coniugato e fatti visitare da sua moglie, per avere da lui la dichiarazione ufficiale di purità ed essere riammessa alla preghiera nel tempio". Siamo giunti dopo una buona mezz'ora alla casa del capo della sinagoga, piuttosto distante. Con mia delusione, Gesú ha preso con sé solo Simone, Giacomo e Giovanni e, entrando, ha chiesto a noi altri d'aspettarlo sul retro, davanti all'uscio secondario; perciò quanto segue m’è stato raccontato da quei condiscepoli dopo ch'erano usciti. Vedendo in casa flautisti appena convocati per accompagnare le preghiere funebri e udendoli lanciare le alte grida di dolore che sono nell'uso, il Maestro ha ordinato loro: "Ritiratevi perché la fanciulla è viva e soltanto sta dormendo". Quelli, persone abituate ai lutti e per nulla coinvolte se non per mercede, lo hanno deriso: "È arrivato il gran medico!" "…ma guarda tu che tonto!" "Capisce le cose al volo, eh? l'ntelligentone!". È intervenuto Giàiro che ha mandato via con malagrazia quei maleducati dei flautisti e pure i propri famigliari e servi che s'erano accalcati attorno a Gesú e creavano confusione; poi l'ha di nuovo scongiurato di risuscitare la figlia, una ragazza che, mi è stato detto, dimostrava una dozzina d'anni. Senz’indugio il Maestro ha preso la mano della morta e... lei s'è alzata! Gesú ha ordinato di darle da mangiare e senz'altro è uscito per la porta secondaria che dà sull'orto, dove noi altri lo si aspettava: non ha voluto ascoltare i ringraziamenti e le lodi di Giàiro. Io, saputo che la ragazza era di nuovo viva, son rimasto esterrefatto. Se n’è sparsa immediata fama attorno alla casa, anche se il nostro Rabbì, come ormai ho capito, non vuole gli entusiasmi d'una folla avida solo di sensazionale. Benché il Maestro fosse uscito discretamente dal retro, è stato intravisto allontanarsi dall'accompagnatore di due ciechi, che immediatamente ci ha seguito coi suoi assistiti, i quali hanno preso a urlare con voci assordanti: "Figlio di Davide, abbi pietà di noi!" così che hanno attirato tutta l’altra gente. Quando abbiamo fatto per rientrare a casa mia, sempre seguiti da quel codazzo molesto, i ciechi hanno finalmente osato accostarsi. Il Maestro ha chiesto loro: "Credete che io possa guarirvi?". Gli hanno risposto di getto: "Sì, Signore"; e Gesú: "Sia fatto secondo la vostra fede", ed essi hanno veduto. Poi ha chiesto alla folla d'allontanarsi e ai due di non diffondere oltre il fatto, ma non erano ancora lontani che già gridavano a squarciagola la notizia a tutti quelli che incontravano. Così sono arrivate nuove persone che, senza lasciarci continuare il pranzo appena ripreso, hanno presentato a Gesú un indemoniato muto; e il Maestro, nuovamente impietosito, scacciando il demone di quel male ha dato la parola al poveretto; però alcuni farisei shammaiani, che s'erano avvicinati per spiare, hanno sparso voce, davanti alla casa, che fosse stato il diavolo ad aiutarlo. Adiratissimo, il discepolo Simone Bar Giona, uomo robusto che porta sempre con sé un lungo bastone per tenere a bada la folla, ha chiesto a Gesú se dovesse andare a legnarli tutti quanti sul groppone; ma il Maestro lo ha calmato: "Otterresti di farti imprigionare e fustigare per aggressione, non di porre freno alle calunnie; anzi, direbbero ch’è stato il diavolo a picchiarli perché erano nella verità: no, Simone, non è con la violenza che si convertono i peccatori". Finalmente, ed era ora, s’è terminato il pasto. A fine pranzo, il Rabbì ha annunciato ai discepoli che lui e loro avrebbero lasciato la città il dì seguente, e io ho scelto lì per lì di seguirlo, lasciando ai miei parenti l'amministrazione della dimora e la tutela di mia moglie. Ho preso parte della pecunia che avevo in casa, per metterla a disposizione della comunità. Sara m'ha quasi urlato: "Quel mago t’ha ipnotizzato per averti come schiavo e farsi regalare i nostri soldi! Tutti quei falsi ciechi e paralitici sono suoi complici; la morta, poi…! Giàiro e la sua famiglia erano d'accordo, non l'hai capita?! Se no, perché quel furbastro non avrebbe voluto che tu entrassi in casa, eh?". Credo che, prima di conoscere il Maestro, l’avrei presa a botte, ma l’incontro con Gesú m’ha addolcito e così, semplicemente, non ho risposto e sono uscito: senza neppure sbattere la porta. Ormai da gran tempo non andavo più d'accordo con mia moglie, tanto che stavo quasi pensando al ripudio; oltretutto è terra sterile, non m'ha dato neppure un figlio; ma ora che sono via, non sarà più necessario. Ho raggiunto il Maestro e i suoi nella casa dei fratelli pescatori Simone e Andrea, dove tutti hanno base. Il giorno dopo, siamo partiti.

Un mio condiscepolo, Giacomo Bar Cleofa, è congiunto del Maestro. Egli fu seminato in Maria moglie di Cleofa il quale era parente del defunto Giuseppe di Nazareth padre del Maestro. Cleofa e Maria ebbero anche un altro figlio, Giuseppe, che a Nazareth gestisce la bottega che fu di Gesú e,a differenza di Giacomo, ha preferito continuare a curarsi gli affari non seguendo il Rabbì. Altri parenti di Gesú sono Simone e Giuda, figli di Taddeo ed Emeria congiunta di Anna, la mamma di Maria di Nazareth, e perciò parente del Maestro. Anche Giuda Bar Taddeo è discepolo di Gesú mentre Simone, come il giovane Giuseppe Bar Cleofa, non ne subisce affatto il fascino; entrambi, anzi, lo considerano uno stravagante e sparlano di lui.

 [OMISSIS]

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