Opere

 

Da "Talento", Lorenzo Editore, n.3 / 2002

 ALESSANDRO LAMBERTO, "Solo un sogno", Romanzo, L'Autore Libri Firenze - € 13,94 (ordinabile anche presso la libreria elettronica iBS internetbookshop: clicca)

Recensione di Guido Pagliarino

È da poco nelle principali librerie, tra cui le Feltrinelli, il primo romanzo di Alessandro Lamberto, medico scrittore già noto per il libro di poesie “Sensazioni”, edito dalla stessa Casa fiorentina. Ho notato subito la grande capacità dell’autore nelle descrizioni di ambienti ed azioni, con vivida attenzione anche ai particolari. L’opera è scritta al tempo presente. Riesce a dare al lettore la sensazione della vita, d’essere lì presente, a vedere e ad udire, partecipando in diretta alle ambasce della protagonista, Sara, una giovane d’animo buono vittima di figuri egocentrici; un po’ una Justine, ma su di una base filosofica ben diversa da quella del De Sade. La giovane è un’orfana allevata in un istituto religioso, che, ventitreenne, si mantiene cucendo in un laboratorio (brr.. quel padrone!) e studia di sera per migliorare la sua condizione. Vive in una mansarda senza servizi d’un vecchio palazzo del centro storico torinese. Di notte, ha frequenti sogni non comuni. Il sogno, fa presto intendere l’autore, è tramite fra l’Essere e l’esistente umano, un qualcosa che, aggiungerei, più che dal mai dimostrato, e popperianamente indimostrabile, inconscio froidiano, viene dal non tempo, avvisando e inducendo a meglio conoscersi secondo un’ottica che non sia solo quella della povera, umana esperienza. Sara li vive, quei suoi sogni; quasi, al risveglio, per un poco, non distingue: forse un istintivo, o voluto, richiamo del Lamberto a Calderon? Un giorno Sara incontra in un ufficio postale Enrico, un professionista trentanovenne ricco, bello e cordiale, e l’innamoramento per quel principe azzurro è quasi istantaneo. L’uomo, dopo averla posseduta nella sua villa in montagna, cambia atteggiamento, si rivela essere quello che un tempo si diceva un mostro d’egoismo ma che oggigiorno, in questa società prevalentemente nichilista, non è purtroppo figura eccezionale. Eppure, presa da passione e, forse, nella speranza di poter cambiare quella persona, ella non lo lascia. Continua a rispondere ad ogni suo nuovo richiamo, poi ch’egli, regolarmente, mostra pentimento; va da lui e si lascia violare ogni volta che gli fa comodo. Per l’uomo ella trascura la scuola e il lavoro, e viene licenziata dal brutale principale, fra insulti. Cerca, per averne consiglio, la suora che l’aveva allevata, ma questa è ormai anziana e morente e non può giovarle: “Non ho più la forza per aiutarti, cara ragazza […] posso solo dirti: torna, torna a Dio, se vuoi ritrovare te stessa e la vita. Torna, Sara, ritorna…”; ma lei torna all’amante. In séguito, dopo nuove umiliazioni, raggiunge la parrocchia periferica, anche in senso simbolico, come d’altronde è metaforica la figura della suora morente, d’un vecchio prete, già suo assistente spirituale, cui chiede di confessarsi, sperando in un Aiuto più alto; ma l’eccentrico sacerdote, contro quello che sarebbe il proprio dovere istituzionale, le chiede di rimandare la confessione e, intanto, di riflettere. Ecco che quanto già era stato accennato dal narratore nell’episodio della suora, diviene ora più chiaro: una certa diffidenza verso le istituzioni religiose, una preferenza per un diretto rapporto col divino, nella meditazione. Sara si sente sempre più sola. Un’amica cerca d’aiutarla, con buone intenzioni, ma secondo la mentalità del prendi e fuggi: approfittare dell’uomo finché è infiammato per averne vantaggi economici, in altre parole, prostituirsi a lui; una visione che non è affatto quella della protagonista, la quale aspira all’Assoluto. Sorge intanto una nuova amicizia, verso la tormentata figlia quindicenne di Enrico, che come la madre, da lui separata, lo disprezza. Anche la giovanissima ha bisogno d’aiuto spirituale: caduta in mare e salvata all’ultimo istante con la respirazione forzata, aveva avuto un’esperienza di premorte intuendo che c’è Altro. Ne parla a Sara, che considera ben più saggia, nonostante la poca differenza d’età; e Sara, nel meditare sui propri sogni e ragionarne con lei, acquista cognizione anche per sé: “Penso che la vita sia […] un sogno vivo e preciso […] della durata di un battere di ciglio o d’ala di farfalla rispetto all’eternità. E in questa breve frazione di tempo noi scordiamo la vita vera, la realtà, che ritroviamo solo con piccoli incomprensibili contatti sognando giorno dopo giorno dentro lo stesso sogno” […] “Sai come […] i saggi orientali chiamano […] quegli essere superiori che hanno viaggiato di più, più volte e sempre più compiutamente nella vita di sogno sino a capirla e superarla? I risvegliati” […] “Gesú, Buddha, Confucio, Maometto e chissà quanti altri […] massimo apice di una piramide con numerosissimi scalini, cui comunque dovremo arrivare per volare fuori, oltre le rinascite di sogno. C’è tutta l’eternità di tempo”. Forse, più ancora che richiamarsi alle filosofie orientali cui qui accenna, Alessandro Lamberto esprime di fondo un sentire neoplatonico, e forse non gli è estranea l’idea della preesistenza delle anime. Tutto l’impianto del romanzo rivela una formazione di base cristiana e una successiva ricerca, in sostanza, neognostica: il Gesú che l’autore ci presenta è quello della rivelazione che illumina piuttosto che il Cristo unico salvatore una volta per tutte e dispregiatore della sapienza del mondo che troviamo nel Nuovo Testamento e, in particolare, in Paolo. Continuano intanto quei sogni che chiariscono a Sara il suo passato e la mettono in guardia dal pericolo presente: fra l’altro, ella ha l’esperienza onirica di una stretta, pericolosa via di montagna, da cui discende a forte velocità un grosso autocarro che trasporta un fallico enorme tronco d’albero e schianta una vecchia “Giulietta verdina” che sta salendo: lei stessa, legata a classici principi etici, mentre l’autocarro sfrenato è Enrico. Verso la fine, incinta di quell’uomo che non l’ama e che, accesosi per un’altra, la pianta consigliandole di abortire e gettandole una busta di denaro a titolo di liquidazione, Sara è tentata di suicidarsi; ma un nuovo sogno le fa vivere il suicidio e la libera dalla tentazione di sopprimersi e di uccidere l’essere umano che è in lei: la vita è luce e “fuggire non serve”, bisogna viverla come se fosse tutta “solo un sogno […] meraviglioso e importante”, da cui ci si sveglierà una volta per tutte nella vera vita.

Guido Pagliarino