Le indagini di Giovanni Marco cittadino romano

Romanzo di Guido Pagliarino

Prospettivaeditrice

ISBN 10: 8874183437

ISBN 13: 9788874183437

 

Capitoli I e II

 

I

Stranamente il paesaggio era luminoso sebbene il cielo fosse plumbeo.

Giovanni Marco camminava lungo una strada diritta lastricata, come la familiare via romana che da Gerusalemme scendeva a Cesarea; ma non era quella. Il tracciato si perdeva all’orizzonte, percorrendo un ignoto territorio piatto quasi deserto, con radi pruni giallastri e cespugli grigioverdi smossi dall’andare e venire di vipere e circondati da sciami di mosconi il cui ronzio continuo infastidiva i suoi orecchi; non un essere umano, a parte lui.

All’improvviso Marco s’era trovato in una zona colma di fosse, come quelle profonde che si scavano per seppellire immondizie o carogne; ed ecco che, prima inavvertito, aveva notato steso a terra, insepolto, il cadavere insanguinato d’un cane molosso nero, la lingua di fuori e gli occhi vitrei, e aveva udito un rumore provenire dalla buca più vicina, come uno scalpiccio, un fruscio, uno stropicciare con le unghie d’un vivente che si stesse penosamente arrampicando: forse un animale ferito e buttato sul fondo ancora vivo che cercava di risalire? Un altro temibile cane da combattimento? E se fosse stata una fiera in agguato? Aveva sofferto sudore caldo dietro al collo e, immediata, un’altra ipotesi gli aveva causato un brivido alla schiena: se invece… fosse stato lì per mostrarsi un abitatore dello Sheòl?! Nel medesimo istante aveva fatto capolino dalla buca la testa d’un uomo; ed era Gionata Paolo, suo padre.

Uscito dalla fossa, il defunto se n’era trattenuto al limite. Appariva tal quale Marco l’aveva visto per l’ultima volta tanti anni prima, quando il genitore era partito per il viaggio a Perge da cui non sarebbe tornato: trentasei anni, alto, snello, folti capelli e lunga barba castani con qualche filo già bianco; indossava la stessa tunica nocciola e il medesimo mantello verdino costretto alla vita da una cintura marrone.

Le braccia abbandonate lungo il corpo, fisso come un pertica aveva iniziato senza preamboli uno dei sermoni ch’era solito indirizzare al figlio: “Caro Marco, tu non sei sulla buona via ma sul cammino dell’aridità. I nazareni faticano senza posa per dare al mondo la buona notizia, mentre tu continui a occuparti solo dei tuoi interessi. Sì, è vero, rispetti i precetti della Legge, ma se questo era sufficiente per me che non sapevo, a te non può bastare: ora che la notizia s’è posata ai tuoi piedi, devi raccoglierla e sparpagliarla, e tanto più lo puoi tu che sei favorito dalla cittadinanza di Roma che ti dà pieni diritti nell’impero. Segui dunque l’esempio di tuo cugino Giuseppe Barnaba e, quando andrà a Perge per diffondere la notizia, va’ con lui; una volta giunto, per prima cosa onora la mia tomba e quindi indaga: scoprirai chi m’assassinò e, grazie a te, sarà fatta giustizia”.

“Perché non me lo dici tu adesso, chi t’uccise?!”.

Il padre non gli aveva risposto e, come se neppure avesse udito, aveva preso a salire adagio verso il cielo, mentre nel bigio delle nuvole s’era aperta lentamente una fessura di luce; e Giovanni Marco s’era svegliato.

II

Diciassette anni prima, in un giorno di marzo del 781 a.U.c.[1] secondo il calendario di Roma, anno 4080 dalla creazione del mondo per gl’israeliti, Gionata padre di Marco, fariseo, era entrato raggiante nella propria bella dimora in Gerusalemme, di ritorno da Cesarea Marittima dove sedeva il rappresentante di Tiberio Cesare per la provincia di Giudea, Samaria e Idumea: dopo tanto tempo e denaro spesi in doni al suo protettore Marco Paolo Rufo, aiutante del procuratore Ponzio Pilato, finalmente gli era stata concessa la cittadinanza romana. I suoi affari ne sarebbero stati agevolati, tripudiava, ed egli si sarebbe arricchito ancora di più, nella piena benedizione dell’Altissimo.

Gionata era nato ad Asut, sul corso del basso Nilo, secondogenito d’un’abbiente famiglia d’agricoltori. Alla morte del padre i terreni sarebbero andati al fratello maggiore ed egli s’era dedicato pertanto al commercio di vino e datteri facendo base a Gerusalemme, dove aveva contemporaneamente frequentato la casa di Hillel, maestro biblico originario di Babilonia. Durante questo soggiorno era entrato in amicizia con un altro allievo di quella scuola farisaica, Samuele, più anziano e padre della sua futura moglie, la tredicenne Maria: si trattava d’un’importante famiglia appartenente alla tribù di Levi e addirittura discendente dal sommo sacerdote Aronne fratello di Mosè. Maria aveva avuto dal proprio padre una buona cultura, contrariamente all’uso del tempo verso le figlie femmine. Dopo il matrimonio, seguendo i propri commerci Gionata aveva preso domicilio con la sposa a Salamina, dove già risiedeva il fratello di lei, un levita proprietario d’un podere che li aveva provvisoriamente ospitati; ma già mesi dopo, di fronte a prospettive migliori la coppia s’era trasferita a Chairouan di Cirenaica dove, a buon prezzo, Gionata aveva comprato terre e dov’era nato Marco. Alcuni anni dopo però, la regione era stata invasa da bellicose tribù arabe costringendo la famiglia alla fuga. Senza perdersi d’animo, il fariseo aveva condotto i suoi cari a Gerusalemme presso i genitori della moglie. Con monete e gioielli ch’egli e Maria s’erano nascosti addosso, aveva comprato un uliveto nei pressi della città, lungo una sponda del torrente Cedron in località Getzemani, piantando così di nuovo il benessere familiare. Entro pochi anni aveva allargato il podere acquistando una vigna sull’altra riva, comprato casa e rilevato un bazar di tappeti.

“Ho ritenuto bene aggiungere al mio nome quello di famiglia del mio patrono”, aveva comunicato Gionata a Maria la moglie e all’unico figlio Giovanni non appena era entrato in casa, ancor prima di farsi lavare i piedi sporchi per la lordura della via; “d’ora in poi sarò Gionata Paolo; e anche al tuo nome, caro Giovanni, ne seguirà uno latino perché all’occorrenza, presentandoti ai romani, possano riconoscerti come uno dei loro e favorirti. Da questo momento sei Giovanni Marco, cittadino di Roma”.

Il ragazzo aveva compiuto da poco i tredici anni, era ormai un adulto, un Bar Mitzwah, Figlio della Legge, ammesso a leggere e commentare in sinagoga i rotoli della Sacra scrittura; il padre tuttavia, come s’egli fosse stato ancora un piccolo bambino, non aveva mancato di raccomandargli: “Attenzione, però: anche se adesso sei cittadino romano, non dimenticare mai d’essere un giudeo, segui sempre i 613 Mitzvot, i santi Precetti della Legge! e mai acquista qualcosa degli usi dei nostri dominatori”; qui, d’istinto, Gionata Paolo aveva taciuto guardandosi attorno circospetto, come se in casa o dietro al muro perimetrale potesse celarsi una qualche spia di Ponzio Pilato; poi aveva ripreso slancio, buttandosi in una delle sue solite lezioni al figlio che spaziavano dall’etica alla storia e in cui paragonava i santi costumi farisaici a quelli dei gentili: “Noi ebrei, figliolo, siamo gli eletti del Cielo, i romani invece, come i greci, per i loro corrotti costumi non risorgeranno: i nostri conquistatori videro la corrotta Grecia come culla di valori da inserire nella loro civiltà, ma insieme al sapere entrarono in Roma le abitudini morali nefande di quel popolo, che meritano punizione dal Signore. Invano il severo imperatore Augusto le avversò: corre voce a Cesarea Marittima che il suo erede Tiberio s’abbandoni a ogni vizio assieme alla sua corte, non differenziandosi più in nulla dagli ellenici maestri di dissolutezza. Così, presso i gentili è tutta un’abominazione. Che dire, d’altronde, della stessa cultura greco-latina?! Poesia, filosofia, diritto sono riservati a pochi privilegiati che trattano la plebe come una cosa, per non parlare di come considerano noi giudei, noi che siamo costretti a comprarci la cittadinanza dell’Urbe per prosperare” – in fondo, si sentiva in colpa per il suo recente acquisto –; “e dietro agli umanisti greci e romani ecco, a perdita d’occhi, un’estensione eterogenea di miserabili popolani, a Roma come a Corinto, ad Alessandria come in Atene, ai quali, nella stragrande maggioranza dei casi, neppure viene insegnato a leggere e a fare di conto, mentre noi ebrei, fino ai dodici anni! siamo istruiti in sinagoga, noi figli d’Israele che siamo tutti di stirpe regale, quella del Creatore, come sappiamo dalla sua Parola, e nient’affatto una massa come la plebe della società pagana; e chiunque di noi, come il grande rabbì Hillel di Babilonia ch’era un semplice tagliaboschi, può continuare gli studi se un maestro l’accoglie come discepolo, e addirittura aspirare a divenire egli stesso un rabbì!”. Ripreso fiato, aveva finalmente concluso: “Che la giustizia dell’Altissimo fulmini i peccatori impenitenti!”.

“Amèn, amèn”, avevano fatto eco figlio e moglie; e finalmente questa, ch’era rimasta per tutto il tempo con un catino in mano, s’era accinta a lavargli i piedi.

Un paio di mesi dopo, il 23 di maggio, durante un soggiorno d’affari a Perge dove intendeva acquistare pregiati tappeti locali in uno degli empori cittadini per rivenderli a prezzo maggiorato a Gerusalemme, Gionata Paolo era stato trovato cadavere da una ronda di polizia, steso a terra in uno dei vicoli cittadini, trafitto al cuore.

L’assassino o gli assassini non erano stati rintracciati.

La borsa non gli era stata sottratta, difficile quindi pensare a un omicidio per rapina. Immorale concorrenza negli affari sino all’omicidio? Un banale litigio sulla via finito tragicamente? O forse era stato uno di quei fanatici patrioti ebrei detti zeloti? L’aveva punito perché era divenuto cittadino di Roma? Queste le domande che Marco s’era posto. Solo diciotto anni dopo avrebbe avuto la risposta, e il movente che avrebbe scoperto non sarebbe stato fra quelli immaginati, ma qualcosa d’assolutamente inatteso.


[1] Ab Urbe còndita – dalla fondazione di Roma – : 28 d.C.

 

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