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Vedi, nel sito Giallo-Polizsiesco, l'elenco delle opere sui personaggi Vittorio D'Aiazzo e Ranieri Velli (il poeta)

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IL FU D'AIAZZO 

Racconto di Guido Pagliarino 

 

I

 

 Il cadavere del D’Aiazzo era stato trovato dal capotreno sul Torino-Parigi in corsa, poco dopo le 23 d'un lunedì di settembre del 1971, mezz'ora dopo la partenza da Torino-Porta Nuova.

 Vice questore a Torino, il mio amico Vittorio D'Aiazzo, separato dalla moglie, viveva solo in un appartamento in via Cernaia, vicino alla Questura. Anch’io, Ranieri Velli detto Ran, narratore e giornalista pubblicista, ero un single perché mai avevo voluto accasarmi: ormai scapolo trentanovenne, continuavo a preferire occasionali relazioni, per nulla fidandomi della stabilità del matrimonio. In passato ero stato alle dipendenze del D'Aiazzo e proprio nella Pubblica Sicurezza era nata la nostra amicizia. Con un certo coraggio, avevo lasciato il servizio da alcuni anni, per dedicarmi interamente alla letteratura e al giornalismo. Solo da qualche tempo non avevo più avuto problemi economici, sia grazie alle vendite dei miei libri sia perché da un paio di questi, basati su nostre passate avventure, erano stati girati film di buon successo.

 Il giovedì precedente quel lunedì luttuoso ero invitato a cena da Vittorio. Inaspettatamente l'amico m'era venuto ad aprire con un viso triste, pur tirando per un momento, a forza, un largo sorriso d'ospitalità: aveva appena saputo, per una telefonata di sua madre, che la genitrice s’era gravemente ammalata. Ormai vedova, la signora D’Aiazzo viveva sola, a Napoli, e il figlio era dunque particolarmente preoccupato: "Devo andare da lei ad assisterla; e...” – s’era lisciato il barbone che da un paio d’anni s’era lasciato crescere – “dovrò pure tagliarmi la barba, mannaggia".

 M'era venuta un'espressione interrogativa.

 "Già... a te sembrerà strano, Ran, ma mia madre vuole vedermi la faccia e se mi presento coi peli se ne dispiace. Anche se ho cinquantadue anni... beh, sai com'è, la vedo già così di rado, povera donna, che almeno quelle pochissime volte desidero compiacerla”. Aveva fatto seguire un sorriso imbarazzato. "Domani parto senz'altro col primo treno”, aveva aggiunto, “tanto mi spetta ancora un mucchio di ferie".

 Abitavo in via Assarotti, a una cinquantina di metri dall’appartamento dell'amico. Quella domenica, tre giorni dopo la cena, saranno state quasi le 24, mentre stavo rientrando da un cinema, svoltato in via Cernaia da corso Galileo Ferraris avevo visto Vittorio camminarmi davanti a una trentina di metri. L'avevo chiamato. S'era girato per un attimo: come s'era ripromesso, s'era tagliato il barbone. Aveva avuto il moto spontaneo d’allontanarsi; tuttavia, dopo un mezzo passo s'era bloccato e m'aveva aspettato.

 "Tua mamma?" avevo domandato non appena l’avevo raggiunto: "Sta meglio?".

 "Sì", aveva sussurrato.

 "In paga non stai bene tu: hai una voce!".

 "Ho l'influenza e il mal di gola", aveva risposto con lo stesso tono, "riesco a malapena a parlare. Chiedo scusa ma... vorrei mettermi a letto".

 “Non ti trattengo”.

 "Grazie", aveva emesso, e s'era allontanato a passo lento, tanto che sùbito l'avevo superato e distanziato.

 La mattina dopo, sul presto, gli avevo telefonato, per sapere se avesse bisogno che gli comprassi medicine. Avevo lasciato squillare a lungo ma nessuno aveva risposto: Starà dormendo. Meglio non insistere. Avevo ritentato a metà mattina: nessuna risposta. Non si sarà mica aggravato? m'ero chiesto. Ma no, m'ero confortato, vorrà starsene in pace finché non è guarito. Tuttavia verso mezzogiorno avevo deciso di fargli visita. Il suo palazzo ha il custode; dunque il portone, di giorno, è tenuto aperto. Ero salito e avevo suonato. Avevo sentito un rumore all'interno, come d'un oggetto che fosse caduto. Avevo atteso ma dopo quasi mezzo minuto nessuno ancora m'aveva aperto. Avevo pigiato di nuovo, poi bussato chiamando forte: "Vittorio! Vittorio!". Silenzio. Ero sceso agitato. Niente telefonini a quei tempi. Dall'apparecchio d'un vicino bar, avevo innanzitutto chiamato l’amico. Nulla. Allora avevo telefonato alla vicina Questura e domandato di lui. Non era infatti escluso che fosse andato egualmente al lavoro. Se era così, aveva forse i ladri in casa. Ero ben conosciuto dal personale avendo prestato là servizio per anni e, in séguito, essendo passato qualche volta a trovarvi l'amico. Saputo che non c’era, avevo manifestato le mie preoccupazioni. Dopo neppure un minuto era giunta una loro auto. "Abbiamo provato anche noi a telefonargli ma non risponde nessuno", m'aveva detto nel prendere l’ascensore il capomacchina, un appuntato che conoscevo perché l'avevo avuto a suo tempo alle mie dipendenze.

 Giunti alla porta, l'agente aveva suonato e chiamato il superiore: "Dottore!".

 "Se puoi aprici!" avevo completato io.

 L'uscio s'era socchiuso: "Cosa c'è?" aveva sussurrato un imbacuccato D’Aiazzo.

 M'ero sentito arrossire: "Scusa, m'ero spaventato: non aprivi, non rispondevi alle telefonate”.

 Anche il capomacchina s’era scusato: "Signor questore, abbiamo fatto quanto si riteneva opportuno".

 Vittorio aveva assentito col capo e l'aveva congedato con un gesto della mano. "Grazie", aveva fatto a me nel solito sussurro; poi ci aveva chiuso l'uscio in faccia.

 Si può immaginare con quale sorpresa, verso le quindici dello stesso giorno, dal mio balcone dove m'ero seduto a leggermi un libro come sovente facevo, nel distrarmi un momento a guardare in giù - Sesto senso di poeta, avrebbe detto l’amico - avevo visto un sanissimo Vittorio passare quasi alla bersagliera sul marciapiede di fronte. Teneva sotto il braccio una borsa di pelle. Avevo provato una sensazione strana, prima di sconcerto, poi di disagio; e non l'avevo chiamato.

 Quella notte stessa era stato trovato cadavere sul treno per Parigi. In tasca aveva soltanto il passaporto. Accanto, la borsa vuota. Chi l'aveva accoltellato, nella speranza di potersi dileguare alla prima fermata aveva tirato le tendine dello scompartimento perché nessuno, passando dal corridoio, potesse vedere il morto. Era però entrato il capotreno per la verifica dei biglietti; e aveva sùbito avvisato col radiotelefono del locomotore la prima stazione. Quando il convoglio s'era fermato, agenti della Ferroviaria l'avevano circondato. All'immediato controllo dei passeggeri, due individui erano stati sorpresi uscire da un gabinetto della prima vettura ed erano stati bloccati. Ispezionando i binari, erano stati rinvenuti uno sfollagente e un coltello nonché gioielli, obbligazioni al portatore e azioni intestate al D'Aiazzo. Ciascuno dei due aveva però indosso tre milioni e proprio sei[1] erano poi risultati prelevati dal D'Aiazzo sul suo conto, pressoché prosciugandolo; aveva pure visitato la propria cassetta di sicurezza. S'era concluso che i due avevano tentato, senza riuscirci, di stordire la vittima per derubarla, col proposito di scendere alla prima fermata; che ne era invece seguita una colluttazione; e che il coltello aveva compiuto l'opera. Non essendo riusciti a discendere prima che il cadavere fosse stato scoperto e vista la Polizia, a treno quasi fermo i due erano entrati nel gabinetto della vettura, una di quelle di modello anni ‘30 con il buco del water piuttosto ampio che dà direttamente sui binari. S'erano disfatti attraverso questo scarico delle prove, trattenendo però il denaro nella speranza che non sarebbe bastato per incriminarli.

 Avevo saputo della morte di Vittorio solo al mattino, dal quotidiano: la notte prima non avevo visto l'ultimo telegiornale, che ne aveva dato brevemente notizia. Per un attimo non avevo capito che si trattasse dell'amico: la foto, che doveva essere stata ricavata dal suo passaporto, era assai poco somigliante, barba più scura ed occhi socchiusi, probabilmente per il flash del fotografo.

 Vittorio era come un fratello e, ormai, era tutta la mia famiglia: realizzato che era lui, il cuore m'era balzato, poi avevo pianto. Verso le undici ero andato in Questura. Dalle foto degli assassini, a loro volta pubblicate dal giornale, m'era parso infatti di riconoscere due uomini che il pomeriggio precedente avevo visto camminare appaiati a una trentina di metri dietro Vittorio e ai quali sul momento non avevo dato importanza. Avevo domandato a chi fossero state affidate le indagini e di conferire con lui. Si trattava del commissario Aldo Barolo, che già conoscevo. Il funzionario m'aveva chiesto d'osservare i due fermati. M'erano stati mostrati, come nella prassi, senza che potessero vedermi. Più ancora che dal giornale m'erano parsi proprio loro. Poi m'aveva chiesto cosa sapessi degli ultimi giorni di vita del mio amico.

 "Dunque", aveva riassunto non appena avevo relazionato, "il vice questore s'era recato a Napoli a trovare la madre malata, presumibilmente nella mattina di venerdì ultimo scorso, e nella notte tra domenica e lunedì era sicuramente già a Torino, con una grave forma d'influenza. Che ieri mattina fosse in casa era già noto, perché ne aveva fatto rapporto una nostra pattuglia. Attorno alle quindici però, lei l'ha visto in Via Assarotti dirigersi del tutto sano verso via Garibaldi, seguito a distanza dai due assassini. Come abbiamo già appurato consultando le banche della zona, si recava all'agenzia del Banco (...) dove teneva il conto e la cassetta di sicurezza e dove verso le quindici e trenta aveva prelevato ogni suo avere. Cosa avesse poi fatto fino a sera non sappiamo; solo che aveva infine preso il Torino-Parigi. Fosse stato un treno per Napoli, si potrebbe supporre che avesse voluto portare quei beni alla madre, forse bisognosa di cure costose. Invece…"

 "Dal biglietto risulta la precisa destinazione, no? Parigi o una stazione precedente?".

 "Fatto è che non aveva nessun biglietto. Si potrebbe ritenere che non si fosse trattato d'un viaggio progettato ma che il vice questore fosse saltato su quel convoglio all'ultimo momento, pensando di fare il biglietto in treno".

 "Però aveva con sé il passaporto, quindi non s’era trattato d’una partenza imprevista". 

 "Sì. Stranamente, invece, non aveva la carta d’identità. Comunque, quei due, seguendolo, dovevano averlo visto salire sul Parigi ed essere montati a loro volta senza farsi scorgere, per poi affrontarlo durante il viaggio: visto che l’avevano pedinato, non possiamo più pensare a una rapina occasionale finita con un omicidio non premeditato. Forse, mentre c'erano, avevano pensato bene di derubare anche il morto, ma lo scopo poteva essere stato proprio l'omicidio. Le indagini, quindi, si rivolgono alla vita privata del dottor D'Aiazzo, sia qui sia a Napoli dove poteva essere successo qualcosa, qualcosa che lo aveva indotto infine a fuggire".

 "No, non credo proprio che uno come lui avesse motivi per fuggire. Forse voleva  incastrare malavitosi, fungendo da esca". 

 "Sicuramente non è tra le ipotesi che abbiamo escluso; ma qui non risulta un'operazione del genere. Signor Velli, firmi il verbale e si tenga a disposizione.

 "Commissario, vorrei avere l'autorizzazione a visitare la salma".

 "Questo dopo l'autopsia. Mi telefoni domattina".

 Avevo avuto il beneplacito verso le dieci del giorno dopo, mercoledì; e m'ero recato direttamente all'obitorio. Nel vedere il corpo dell'amico grossolanamente ricucito, avevo provato una sensazione di vuoto. Era ormai pallido come una statua di cera. Dopo qualche secondo, non resistendo oltre me n'ero andato; e nel tornare a casa m’era venuto un improvviso pensiero: La madre di Vittorio sarà stata informata? Ero dunque passato dal Barolo.

 "La signora", m’aveva detto, "è stata cercata più volte dai colleghi di Napoli, ma per ora non è stata rintracciata. Pare che in casa non ci sia nessuno".

 "Forse avrà saputo la notizia dai giornali e starà venendo qui".

 "Se fosse partita prima di ieri mattina, quando era stata cercata per la prima volta e non trovata, sarebbe già arrivata a Torino da un pezzo; e come ho detto, fin da allora in casa non risulta esserci nessuno. Ne ho avuto conferma telefonica poco fa".

 Avevo allora avuto la precisa sensazione che le fosse successo qualche male; e avevo deciso di recarmi a Napoli per avere notizie: lo dovevo alla memoria dell’amico. Per prima cosa avrei semplicemente provato a casa della signora D’Aiazzo, poi se non avessi trovato nessuno avrei fatto domande nella zona. Sapendo della mia grande amicizia per Vittorio, il Barolo mi aveva dato l’indirizzo della madre e, preso il primo Caravelle, già a metà pomeriggio ero stato a destinazione.

 

II

 

 Il palazzo, nella zona di San Gregorio Armeno, era una vecchia costruzione senza ascensore. Il portone era tenuto spalancato anche se non c’era custode. Avevo suonato il campanello dell’appartamento e, sentendo che qualcuno s’era avvicinato alla porta, avevo detto: “Sono un amico di…”

 Senza lasciarmi terminare, l’uscio mi era stato aperto; ma da un ragazzo sui diciott'anni, non dalla signora. Nell’atrio c’era pure un uomo sulla quarantina che: "Piezz'e 'mmerda", m'aveva immediatamente investito non appena l’altro m’aveva chiuso la porta dietro, "sei amico di quello strunzo di D'Aiazzo? Dunque li hai portati tu i cento milioni che perdette a 'o giuoco!".

"Se li ho io?" avevo detto tanto per prendere tempo.

 "Sai o no ch'avevamo appuntamento qua sul pianerottolo?! e i cento mandò te a portarli o no?”. Dovevano essere entrati con chiavi false.

 Allenato dai miei lunghi anni nella Pubblica Sicurezza, ero rimasto freddo e: “Vi dichiaro in arresto!" avevo loro saettato. Il bluff li aveva lasciati interdetti, giusto il tempo perché potessi  balzare alla porta e precipitarmi giù in strada.  Li avevo uditi rincorrermi per le scale, mezza rampa dietro; ma quando s'era stati sulla via avevano rinunciato. Erano saltati su due moto e s'erano allontanati. Che fare? Denunciare il fatto, fare sapere alla Questura di Napoli che Vittorio era un giocatore e per di più con malavitosi? Già, ma se sua madre fosse stata in pericolo per causa sua? Forse s’era nascosta da qualche altra parte e i delinquenti avevano approfittato della sua assenza per entrarle in casa? O era nell’appartamento, ancora gravemente ammalata? Oppure Vittorio s’era inventato la malattia della mamma come scusa per venire a Napoli a giocare? Una cosa però pareva chiara: aveva dato un appuntamento a quei due davanti all'alloggio, promettendo di trovare i soldi e consegnarglieli, e invece era tornato a Torino, aveva prelevato i suoi averi e aveva cercato di fuggire all'estero. Ma perché la messa in scena dell’influenza? Per non avermi attorno? e perché non prelevare sùbito i valori, già il lunedì mattina a banca appena aperta? I suoi assassini erano esecutori dei suoi creditori o ladri che avevano perso il controllo dei nervi? Altrimenti, perché quegli stessi creditori l'avrebbero creduto ancora vivo e a Napoli e avrebbero mandato gli scagnozzi all'appuntamento per i cento milioni? Ma come mai almeno i capi non sapevano della morte del mio amico? Sì, meglio avvisare la Polizia. Prima però avevo voluto chiedere negli esercizi di zona se e quando avessero visto per l’ultima volta la madre di Vittorio.

 Inaspettatamente, nel primo negozio visitato, una latteria: "Perché me lo chiede?" m'aveva domandato la esercente con voce irritata, invece di rispondermi.

 "Sono un amico dei signori D’Aiazzo, precisamente del figlio e…"

 "Sì, io sono un'imperatrice se quello è 'nu signore!".

 "Statte zitta, Carmeli’ ", era intervenuto un uomo; poi a me, con insofferenza: "Qua, io e mia moglie avremmo da fare".

 "Prima stavo per dire che sono venuto apposta da Torino per confortare la signora..."

 "Eh, sì!” m’aveva interrotto di nuovo la consorte, “ormai a quella povera donna non serve cchiù d’essere confortata. L'hanno seppellita questa mattina. Il carro funebre è partito per il cimitero da là in fondo, dalla chiesa".

 "Morta?! e... lei, per caso, sa di che cosa è morta?".

 "Uhei, ma che vulite?" s'era reintromesso lui.

 "Calma, Genna’. La signora  D'Aiazzo  è  morta di malattia, in ospedale; e se non altro ‘o figlio ha sentito il dovere di andare a ‘o funerale, dopo averla fatta pazziare per tutta ‘a vita.".

 "Vuol forse dire... che l'ha visto stamattina al funerale?!".

 "Sicuro; ma voi che vulite, insomma? Qua abbiamo da fare!" e si era messa a riordinare merce già in ordine, mentre il marito mi fissava glaciale; poi, sempre lui: "Jannìte!" m'aveva intimato, "gli amici di certa gente qua non sono graditi". Cos'avevano da nascondere? Perché, se no, mentire su Vittorio al funerale? Era comunque ormai accertato che la signora D’Aiazzo era stata davvero ammalata e che proprio per lei il figlio era venuto a Napoli, non per giocare: quei debiti dovevano essere precedenti e Vittorio doveva essersi tagliato la barba sperando, invano, di non essere notato. Sapendosi scoperto, aveva dato un falso appuntamento agli esattori, aveva lasciato la madre all'ospedale, ancora viva, ed era scappato a Torino. M'era venuto istintivo di comprare Il Mattino e leggere i necrologi: la notizia del funerale c'era e... era comunicata proprio da l'inconsolabile figlio! Tuttavia, chiunque avrebbe potuto dettarla.

 

III

 

 Alle nove e trenta del giorno dopo ero di nuovo alla Questura torinese. Avevo riferito ogni cosa al Barolo. Lui non era intervenuto sino alla fine; poi m'aveva detto: "I due che aveva visto sotto casa sua erano comuni passanti. Abbiamo ormai accertato, anche in sèguito a indagini della Questura napoletana, che gli assassini sono abituali topi di treno che, per la reazione della vittima, hanno perso la testa. Per quanto riguarda invece il suo brutto incontro a Napoli cogli esattori, già ne eravamo al corrente anche se non sapevamo che l’inseguito fosse lei: l’avevano vista fuggire due agenti motociclisti che stazionavano davanti alla casa e che sùbito erano corsi dietro a quei due e li avevano fermati per accertamenti. Il funerale della signora D’Aiazzo s'è svolto davvero ieri mattina: quei lattai sono brave persone; solo, un po' diffidenti".

 “… e allora perché mi  avevano mentito su Vittorio al funerale?!".

 "Non le avevano mentito”.

 “...ma…”

 “Ebbene... si rallegri, il dottore è vivo".

 "… ecco perché la salma m'era sembrata di cera!" avevo esclamato come un tonto.

 Il Barolo non era riuscito a trattenere un mezzo sorriso: "No, le assicuro che era un vero cadavere".

 Proprio in quel momento, era entrato Vittorio: "Caro Ran, come vedi... sono qui". Il viso era triste, certo per la morte della madre: "Quando poco fa m’hanno detto che stavi salendo, non ho voluto che nel vedermi davanti improvvisamente ti venisse un infarto. Allora sono andato di là chiedendo ad Aldo di darti la notizia della mia... vita".

 "S...sono confuso", avevo balbettato; "ma... di chi sarebbe la salma? e perché, scusa, non m'avevi avvertito prima che eri vivo?".

 "Aspetta: io non ho saputo nulla di quel morto fino a ieri. Mia madre era grave. Ero stato vicino al suo letto d’ospedale ventiquattr'ore al giorno, sino a quando m'era mancata. Un infermiere m’aveva messo in contatto con un'agenzia di onoranze funebri e questa aveva provveduto a tutto, compresa la recita del rosario funebre. Solo dopo il rosario, nel secondo pomeriggio di martedì, in attesa del funerale avevo lasciato l’ospedale. Ero andato a casa di mammà e m'ero finalmente buttato sul letto. Ero rimasto coricato, un po' nel dormiveglia, un po' nel sonno, fino alle otto del mattino; e solo verso le tredici, dopo la sepoltura, avevo saputo della mia morte. Ero infatti ripassato da casa di mammà per prendermi il bagaglio e, non avendo più informazioni da giorni, avevo acceso la tele per il giornale dell'una; ed ero rimasto di sale nel sentire la ripresa della notizia del mio omicidio e che gli assassini avevano già confessato tutto ma... che parevano esserci lati oscuri. In ospedale né mammà né io eravamo conosciuti e nessuno, là, aveva collegato la mia persona sbarbata con la foto di quel barbuto poco somigliante che era stata pubblicata; e poi c'è altra gente che porta lo stesso cognome. D'altronde... chi mai avrebbe pensato a un morto che resuscita? Per quanto riguarda il funerale, tutti, non solo i lattai, mi avevano preso per un altro. Non appena saputo dell'omicidio avevo telefonato qui in Questura; poi a te, ma non c'eri. Non potevo sapere che in quel momento tu stavi partendo per Napoli. Penso d’essere arrivato in stazione mentre il tuo aereo stava per atterrare".

 "Sì, ma... Insomma, al funerale per chi ti avevano scambiato? e di chi è il cadavere all'obitorio?!".

 “È di mio fratello".

 "Di t...?!"

 "Sì, Ran, di mio fratello; o meglio del mio gemello... lazzarone. Non te ne avevo mai parlato perché mi vergognavo di lui. Ti avevo solo detto a suo tempo, ricordi? che non volevo servire a Napoli perché non andavo d’accordo con un parente. Era Emanuele che tu avevi visto qui a Torino, prima vivo e poi morto. Ieri al funerale c'ero solo io perché non ho altri parenti e mammà non frequentava gente: si vergognava di Emanuele, povera donna. Avevo però desiderato che mio fratello partecipasse e proprio per avvisarlo, dato che non aveva fissa dimora, avevo fatto mettere dalle onoranze funebri il necrologio sul giornale, nella vaga speranza che lui potesse leggerlo: non potevo ancora sapere che fosse morto. Ero troppo scombussolato per via del lutto, dunque solo in séguito ho capito che ieri la gente, vedendomi al funerale, mi aveva scambiato per lui. Tutti lo disprezzavano e per questo nessuno s'era avvicinato a farmi le condoglianze; e l'equivoco era rimasto. Telefonando poi qui in Questura, avevo saputo del mio passaporto addosso a Emanuele. Allora avevo controllato nella mia valigia e visto che oltre a quello m'erano spariti alcuni assegni dal libretto e le chiavi del mio appartamento".

 "Come mai avevi il passaporto?".

 "Quando vado fuori me lo porto dietro come documento secondario, in caso di smarrimento della carta d'identità: sai che non ho patente. Emanuele aveva le chiavi dell’alloggio di nostra madre e mentre noi s’era all'ospedale, come altre volte era entrato, suppongo nell’intenzione di chiederle denari per scappare lontano dai biscazzieri. Aveva sùbito capito che ero a Napoli perché avevo lasciato in evidenza nell’atrio l’appunto che mammà era grave e che noi eravamo in ospedale, proprio per il caso che lui fosse passato e avesse voluto raggiungerci. Figuriamoci! Invece, trovata e aperta la mia valigia, gli era venuta l’improvvisa ispirazione di impersonarmi e derubarmi. Conoscendomi, doveva avere sperato che con mammà grave io non avrei lasciato l’ospedale neppure per un momento. Prima d’andarsene Emanuele aveva pure rubato i gioielli di nostra madre, quelli che poi la Ferroviaria ha trovato sotto il treno insieme ai miei titoli. Come abbiamo saputo dalla confessione degli esattori, non appena uscito era stato affrontato da quei due. Aveva fissato un appuntamento per ieri, promettendo che avrebbe trovato i denari. I figuri avevano chiesto come garanzia le chiavi dell’alloggio di mammà, con la minaccia di farle del male se lui non si fosse presentato, e quel povero vigliacco gliele aveva date. Una volta a Torino, Emanuele aveva frugato dappertutto in casa mia e trovato, come sperava, le chiavi della mia cassetta bancaria. Stanco e stressato come doveva essere, doveva poi aver ceduto al sonno, perché ho trovato il letto disfatto. Il lunedì mattina, riposato a sufficienza, si era esercitato a fare la mia firma, imitando quella del mio passaporto. Ho trovato fogli dappertutto: sapeva bene che avrei capito che era stato lui e dunque non s’era preoccupato affatto di nascondere le sue malefatte. Quando finalmente era stato sicuro di firmare perfettamente, era andato in banca. Era riuscito a passare per me perché eravamo come due gocce d’acqua e inoltre non aveva la barba: semplicemente avevano pensato ch'io mi fossi rasato. Solo la nostra voce era diversa ma lo stratagemma del raffreddore e del mal di gola poteva giustificare il suo parlare sussurrato, come già era accaduto con te. Cos’avesse poi fatto prima di partire non sappiamo. Forse non aveva ancora ben deciso se fuggire in Francia o altrove. Prima di salire sul treno doveva essersi disfatto della sua carta d'identità. Aveva preso il Torino-Parigi col solo mio passaporto per farsi, ancora una volta, passare per me. Si sarebbe certamente nascosto i titoli e i denari addosso una volta vicino alla frontiera, sperando che il mio passaporto, con su scritto Funzionario di Pubblica Sicurezza, inducesse i doganieri a non perquisirlo”[2].

 "Chi sa perché non aveva comperato il biglietto".

 "Il biglietto, l'aveva. A una seconda ispezione sui binari stamattina presto, che ho ordinato io perché mancava un anellino che era un caro ricordo, oltre a quello è stato trovato un biglietto Torino-Parigi di quel giorno, non ancora bucato dal controllore. Presumibilmente Emanuele lo aveva messo in borsa ed era stato preso dai ladri in mezzo ai titoli. Così era finito sui binari insieme a questi e ai gioielli. La prima volta gli agenti non ci avevano fatto caso".

 “Gli esattori non lo sapevano che tuo fratello fosse morto".

 "Esatto: non solo a causa della foto, ben poco somigliante addirittura a me e ancora meno a mio fratello che non aveva mai portato la barba, ma pure perché le notizie parlavano di un Vittorio, non d’un Emanuele D'Aiazzo.

 "Perché gli agenti erano appostati sotto l'appartamento di tua madre?".

 "No, sono due motociclisti in borghese che stazionano abitualmente in zona per controllare la malavita del quartiere. Vedendo te fuggire e gli altri correrti dietro avevano capito che qualcosa non andava. Non potendo inseguire sia te sia loro, inforcate le moto erano andati dietro a quei due e li avevano fermati. Nella telefonata ad Aldo gli avevo chiesto d’informare immediatamente la Questura napoletana che il morto era mio fratello. Dunque i due esattori erano stati interrogati anche a proposito del delitto, per capire se i loro capi ne fossero stati i mandanti. Anche se con l'assassinio non c'entravano, capi e gregari saranno processati per organizzazione di gioco clandestino, minacce eccetera, eccetera in quanto i due, sotto la spada di Damocle di un’accusa d’omicidio, per avere l’alibi hanno confessato tutti i loro movimenti”.

 "... e così il caso è chiuso".

 "Restano aperti i miei due lutti, caro Ran”.

 

NOTE

[1] Nel 1971 con sei  milioni di lire si comprava un bilocale centrale a Torino o sulla Riviera ligure.

[2] In quel tempo, ancora molto lontano dall’Unione Europea, era vietata l’esportazione di titoli, e pure di denaro se non per modeste somme prefissate dal  Governo.

 

Parte delle opere sui personaggi del Poeta e del D'Aiazzo è pubblicata attualmente nei seguentiu libri:

 

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