© Guido Pagliarino
DAL ROMANZO "D'AIAZZO IL BARBUTO"
("già IL POETA E D'AIAZZO IL VEDOVO")
I
Il Governatore Donald Montgomery aveva speranze di sostituire il Presidente al termine del mandato. Era un giovane ambizioso, miliardario in dollari, che avevo conosciuto nel corso d’una mia avventura americana coll’amico Vittorio D’Aiazzo,. quando il Montgomery era ancora direttore dell’FBI per quello stesso Stato di New York che ora governava.
“Secondo me avrebbe fatto meglio ad aspettare le elezioni successive”, m’aveva detto Mark: “Penso che questa volta butterà solo via un mucchio di soldi. Il Presidente Mulligan ha più frecce”. Il Montgomery ci aveva invitati a un banchetto propagandistico e stavamo per giungere all’albergo: “Spererebbe in qualche tua parola a suo sostegno, dato che ti salvò la vita nel corso di quel brutto affare”, m’aveva buttato lì, appena prima di scendere dal taxi, il mio editore, grande elettore di Donald. Credo che Mark stesso avesse proposto al Governatore la mia partecipazione. Infatti quella mattina, era il 30 marzo 1972, mentre ero da lui per definire il lancio del mio ultimo libro, s’era inaspettatamente allontanato per un paio di minuti, per telefonare in disparte, come avevo poi intuito, e mi aveva quindi riferito che, per quella sera, il Montgomery m’avrebbe gradito fra gli ospiti a cena. Non m’aveva detto che si sarebbe trattato d’un convivio politico, altrimenti non avrei accettato.
Nel locale-conferenze dell’albergo, adibito a salone da pranzo, c’era un tal numero di persone vocianti che m’era scoppiato quasi subito uno dei miei mali di testa. S’erano zittite solo all’arrivo del Governatore.
Al nostro tavolo sedevano due attori, Robert Avallone, detto il toro per la sua straordinaria muscolatura, e Burt Beauvoir, conosciuto agli inizi della sua carriera come il nuovo Peter Lorre per la notevole somiglianza col grande caratterista. Non era stato un caso. Entrambi avevano interpretato un film basato sulla mia avventura americana, il neo Lorre nella parte dell’antagonista e il toro quale mio alter ego: davvero nessuna somiglianza, peraltro; oltretutto, anche se sullo schermo sembrava alto, io sono un metro e novanta, in realtà non arrivava al metro e settanta; ma in quel periodo era lui l’attore che tirava. Robert Avallone era stato protagonista anche d'un secondo e terzo film ispirati a miei romanzi.
Sebbene non provassi gran simpatia per Donald Montgomery, che consideravo un freddo robespierre, a un certo punto della cena, su preciso sollecito di Mark, avevo accettato di pronunciare pubblicamente parole di stima per lui: era pur sempre vero che tre anni prima m’aveva salvato la pelle: ma assieme al vice questore D’Aiazzo e ad altri, non da solo. Ovviamente, avevo colto l’occasione per parlare del mio ultimo romanzo e del film che ne sarebbe stato tratto. Ai miei elogi, il Montgomery aveva evocato quell’avventura, calcando sul peso della sua partecipazione; e alcuni suoi collaboratori avevano sottolineato che il suo intervento intelligente e sprezzante del pericolo era stato essenziale per la salvezza della salute nazionale e la difesa della democrazia. A quel punto l’emicrania m’era ormai talmente salita che avevo solo desiderato d’andarmene a letto, anche perché la mattina dopo avevo il volo per casa.
Stavo per dire a Mark che, educazione o no, me ne sarei andato via, quando…
II
Eravamo tutti balzati in piedi al tuonare degli spari e in un attimo c’eravamo ritrovati sotto i tavoli, compreso Donald Sprezzante del pericolo Montgomery. I colpi erano partiti da una delle porte. Un uomo dal barbone grigio che ero riuscito a intravedere, vestito elegantemente ma con occhiali neri e berretto di lana in testa, poi risultato un passamontagna, e che indossava guanti bianchi, era corso via riuscendo, grazie alla sorpresa, a guadagnare l’uscita. Come avevano testimoniato le persone fuori dal salone, nel fuggire s’era calato il passamontagna sul volto. Sparando in aria, s’era fatto strada. Nella foga aveva gettato l’arma scarica sul marciapiede, dopo averne esploso l’ultimo colpo, estraendo pressoché contemporaneamente un’altra pistola; aveva puntato quest’arma alla testa d’una passante, perché la scorta del Governatore, che gli era corsa dietro, si bloccasse; aveva fermato un’auto di passaggio, o forse d’un complice? e abbandonato l’ostaggio era salito e s’era dileguato, sparando qualche colpo dal finestrino.
Fuori dalla porta del salone era rimasta a terra, freddata da un sol colpo in testa, la guardia che aveva avuto l’incarico di custodire quell’ingresso; e nel salone, accasciata sul proprio tavolo, giaceva morta una donna: una signora che in passato avevo ben conosciuto e che prima, in mezzo a tutta quella gente, non avevo notato; una donna che era stata la moglie del mio amico D’Aiazzo. Nel 1958 aveva abbandonato Vittorio per un altro, s’era divorziata e risposata in America; era divenuta una ricca vedova; e da pochi mesi, come avevo poi saputo da Mark, s’era sposata di nuovo, col magnate Peter White, non presente alla cena perché sostenitore del Presidente Mulligan. Lei invece, come Mark, era stata una grande elettrice del Montgomery.
Più volte negli anni, dopo l’abbandono, Vittorio mi aveva parlato di lei, di Bimba come usava chiamarla durante il matrimonio, lei appena diciannovenne, durato appena un anno; oppure di mia moglie, dato che lui, cattolico rigoroso, continuava a considerarsene il marito: "Il matrimonio in chiesa è un sacramento e non lo si può sciogliere!" mi aveva detto con enfasi in un paio di occasioni.
Adesso, era vedovo.
III
Tutti i media s’erano detti convinti che il Montgomery e non la signora White fosse stato la vittima designata: "Come per Bob Kennedy, ma hanno sbagliato mira!" intitolava il quotidiano che avevo comprato all’aeroporto. Avevo pensato: Una grande pubblicità politica, per lui. L’unica domanda che i mezzi di comunicazione s’erano posta era stata: "Perché l’assassino s’è tirato il passamontagna sul viso solo dopo avere sparato, nell’iniziare a fuggire?". Già, perché?
La notizia era certamente arrivata anche in Italia, data l’importanza del giovane candidato alla Presidenza, forse con la foto della vittima. Se era così, il D’Aiazzo, nonostante il nuovo cognome della moglie, doveva già sapere del suo assassinio. Chi sa come aveva accolto la notizia? Con dolore? Io sospettavo che di Bimba fosse ancora innamorato, nonostante l’abbandono di lei, i quindici anni trascorsi e una lunga relazione con un’altra donna. Tuttavia, la morte della moglie era stata per lui una liberazione, gli aveva aperto la via per un nuovo, eventuale matrimonio religioso. Peraltro non mi risultava che avesse un’amica dopo il passato rapporto, durato sino a tre anni prima, quando la donna aveva sposato un altro.
La mattina successiva al mio arrivo a Torino, verso le otto, avevo telefonato a casa dell’amico; e inaspettatamente mi aveva risposto una voce femminile. Forse Vittorio ha assunto una domestica ad ore? m’ero chiesto mentre attendevo che venisse lui all’apparecchio.
"Sono tornato ieri notte dall’America", gli avevo detto quand’era stato in linea, dopo i saluti: "Vuoi che ci vediamo?".
"Sì", m’aveva risposto nel suo fortissimo accento napoletano e, come faceva sovente, interpolando qualche parola del suo dialetto, "aggio piacere di rivederti. Dov’eri stato di preciso?".
"In diverse città, ultima New York".
"… ma guarda tu la combinazione! Anche noi eravamo là. Tu quando sei ripartito?".
"Alle dieci di ieri mattina".
"… e noi col volo notturno precedente. Per poco non si pigliava lo stesso aereo! Senti qua, Ran, perché non vieni a cena da noi stasera? Puoi?": era tutto allegro; poi, come rivolto ad altri: "Mm… e va bbuo’; quindi, ancora a me: "Senti, Ran, facciamo un’altra cosa, sei invitato al solito ristorante di corso Palestro per le venti. Così ti presento anche la persona che t’ha risposto. D’accordo?".
"M’incuriosisci".
" ’Na sorpresa!".
IV
S’era presentato al ristorante solo.
Non appena seduti al tavolo, gli avevo chiesto scherzando:"… e la persona che dovevi farmi conoscere? Senti un po’: oggi è il I di aprile: non sarà mica che…?".
"No! Son mica ‘nu fesso da pesci! e poi da uno che va per i cinquantacinque…! No, Marina l’hai sentita al telefono stamattina. Il punto è… che aveva l’emicrania; ma ti conoscerà volentieri a casa nostra, un’altra di queste sere; e poi… va beh, ti dico la verità, lei vuole sempre predisporre tutto con molto anticipo. Mi piace anche per questo: Marina è ‘na femmina precisa come me; mm… cioè, lei è femmina… insomma, m’hai capito".
"… e coabitate?".
Era arrivato il cameriere per l’ordinazione e Vittorio m’aveva fatto un cenno colla mano, perché soprassedessi. Quando l’altro s’era allontanato m’aveva risposto: "Sissignore, viviamo insieme; ma solo da due giorni. Prima abbiamo voluto farci un viaggio d’un paio di settimane, per conoscerci meglio. Mi sono preso ‘nu poco ‘e ferie e siamo stati a New York e nei dintorni". Era entusiasta: "L’avevo già conosciuta al funerale del marito ma l’ho poi incontrata in più lieta circostanza, circa due mesi fa: indovina dove?".
"A un ballo in maschera", avevo buttato là sorridendo.
"Come fai a saperlo?".
"Ma… era una battuta!".
"Ah! Però era proprio un ballo, quello di Carnevale al nostro circolo… Uhei! che volevi insinuare con quel maschera? Ch’aggio trovato ‘na racchia? O che ‘o scorfano son io?".
"Ma dài, era una battuta scema, senza molto senso".
"Scherzavo anch’io, Ran: hai mica pensato che me la prendessi per cose così, no?" m’aveva rassicurato stringendomi per un attimo il polso sinistro in segno d’amicizia.
"No, no… figùrati": invece m’era venuta in mente una scenataccia che, sia pure per ragioni più serie, Vittorio m’aveva piantato tre anni prima: "… e com’è ‘sta Marina?".
Aveva spalancato bocca e occhi e guardato in alto per un paio di secondi, come estasiato di fronte e celeste visione; poi, tornato a una normale espressione di contentezza: "Guarda, ti dico solo che chista ‘ccà è proprio ‘a mia! ‘Nu babà; e me la sposo! È la vedova quarantenne, poco di più, del commissario capo Verdoni, uno che l’anno scorso era stato nominato vice questore a Novara e, per la gran gioia, era morto d’infarto".
Non avevo trattenuto una risata.
Lui s’era invece incupito: "A proposito di morti… povera Bimba! M’è dispiaciuto; però sarei un bugiardo se dicessi… Insomma, la decisione con Marina di convivere è potuta diventare quella di sposarci; ma tu l’hai saputo, no?".
"Sì, anzi ho assistito all’omicidio": m’ero rifatto serio.
"Coosa?!".
"Ero ospite a quel banchetto del Montgomery. Ho anche visto per un secondo l’omicida".
"Ah!… Povera Bimba! ma, come stavo a dirti, adesso posso risposarmi davanti all’altare; insomma, la sua morte mi spiace e… insieme non mi spiace. Sarà un peccato?": s’era presa nervosamente la punta del suo barbone grigio fra pollice e indice, stiracchiandosela.
"Non chiederlo a me".
"No, ciài ragione: lo chiederò al confessore".
"… e dovrai anche confessare la coabitazione prima del matrimonio", avevo suggerito maligno.
"Già, già… Uffa!" e aveva attaccato una fumante pasta e fagioli, da pochi secondi portata in tavola.
V
"Ran, m’è successa ‘na cosa ‘e pazzi!" m’aveva quasi urlato dall’altro capo del filo Vittorio, senz’avermi salutato: "Qua c’è bisogno della tua testimonianza…": eravamo al terzo giorno dopo la cena.
"… per cosa?" m’ero preoccupato.
" Non ci crederai! Quel fesso del Montgomery s’è messo in testa che ad ammazzare Bimba sia stato io! Crede d’essere ancora un dirigente dell’FBI, ‘sta capa tosta. L’hai vista la tele? Hai sentito, no? che i suoi avversari hanno fatto girar voce che avesse organizzato un falso attentato per farsi pubblicità? Attentato che poi si sarebbe risolto involontariamente in tragedia?".
"… e allora per scagionarsi, ha accusato te?!".
"Sì, per via della barba e di una lettera anonima che gli avrebbero spedito, nonché del fatto, figuriamoci! che io sarei stato nell’elenco degli invitati al banchetto. Insomma, vieni dal giudice istruttore. È a quattro passi da casa tua, in via Corte d’Appello: dottor Rossi Distretti; t’aspetta. Tu l’avevi visto il vero assassino, no?".
"Più o meno": ero tutto preso dalla composizione d’un articolo, ma non avevo certo potuto negarmi: "D’accordo, mi cambio e sono lì tra poco".
Come avevo saputo meglio in Tribunale, Donald Montgomery, avendo incontrato Vittorio durante la nostra avventura americana, aveva riconosciuto proprio nel mio amico il barbuto assassino anche se, come me e come tutti, poteva averlo al massimo intravisto. Certo avevano influito sul riconoscimento anche la lettera anonima e il nome di Vittorio tra quelli degli invitati al banchetto. S’era dunque rivolto alla Procura Distrettuale di New York, che aveva chiesto l’estradizione del D’Aiazzo. Senza volerlo, la colpa dell’accusa poteva essere stata anche un po’ mia: nel racconto e nel film basati sull’avventura americana, sia pure velatamente, parlavo della moglie divorziata di Vittorio e del fatto che lui ne era ancora innamorato e geloso.
Sempre io, come un cretino, davanti al giudice avevo fatto peggio: conosciuto il presunto movente, omicidio passionale per odio verso la vittima, avevo detto impulsivamente al Rossi Distretti, per difendere l’amico: "No, dottore, è ridicolo supporre come moventi la gelosia e l’odio, dopo tanti anni; e oltretutto il vice questore è innamorato di un’altra; anzi, credo stia per sposarla".
Il giudice, un uomo piuttosto basso sulla sessantina, assai sovrappeso, con capelli grigi mal pettinati e indosso un vestito dozzinale, aveva chiesto a lui: "Come si chiama questa persona, dottor D’Aiazzo? e dov’è domiciliata?".
"Eeh! aveva espirato Vittorio: "Si chiama Marina Ferdi vedova Verdoni. Vive… viveva con un’amica, dopo la vedovanza, ma… da qualche giorno sta con me".
"Dottor D’Aiazzo, avevo visto a suo tempo un film alla televisione, come ben noto basato su una sua indagine, anche se il suo nome era stato cambiato, dove risultava che lei, come cattolico, si considerava ancora marito della vittima. È davvero così? e avrebbe veramente intenzione di sposare quella signora? Le ricordo che è sotto giuramento".
"S…sì": davanti a Dio quel brav’uomo di Vittorio non aveva saputo mentire.
"Senta signor giudice", ero intervenuto con decisione, "mi pare che si stia solo perdendo del tempo: io avevo visto l’assassino e le assicuro che non si trattava del dottor D’Aiazzo!".
"Loro sono amici, non è vero?".
"… e con questo?!".
"Non dico che quanto ha detto non sia la sua verità; ma l’amicizia può obnubilare".
Non aveva torto: non potevo escluderlo senz’altro, che quel barbuto visto a malapena fosse lui; però… ammazzare Bimba per risposarsi?! Evvia, per non peccare di adulterio commettere un peccato di omicidio? No, nemmeno se l’avessi visto: "Ne sono certissimo; ed anch’io sono sotto giuramento; e poi l’assassino era più magro".
"… e l’altezza?".
"Direi… sul metro e settantacinque": questa me l’ero inventata: l’assassino m’era parso invece di molto meno alto: come Vittorio.
"Però la Procura di New York ha convocato gli invitati al banchetto, mostrando loro foto del vice questore, tratte dagli archivi FBI; le avevano inserite quando aveva operato in America, durante il noto caso: tutti l’hanno riconosciuto".
"… ma figuriamoci! s’erano buttati sotto i tavoli in una frazione di secondo, il Montgomery compreso!".
"Anche lei, signor Velli?".
"S… sì".
"Dunque, quanto meno non può escludere che si trattasse del vice questore D’Aiazzo, non è vero?".
"Mm… certo è che non l’ho ravvisato".
"… ma tutti gli altri sì!" aveva esclamato secco il giudice; poi s’era rivolto al D’Aiazzo: "Mi spiace, ma si dovrà concedere l’estradizione per il processo istruttorio negli Stati Uniti. Ci sono troppi indizi. La Procura americana ha indagato, ed è risultato all’aeroporto che lei era partita da New York alla volta dell’Italia proprio il 30 di marzo, giorno dell’omicidio, con il volo delle 22 e 30: poche ore dopo l’assassinio. Ha portato il passaporto come le avevo chiesto per telefono?".
"Eccolo".
"Esatto, timbro in entrata 16 marzo, timbro in uscita 30 marzo. Il passaporto le viene per il momento ritirato".
"Scusi dottore", non m’ero trattenuto, "ma le pare che per non peccare davanti a Dio come adultero avrebbe peccato come assassino?".
"Qui siamo nel campo della legge umana, non dei comandamenti divini".
"Mi presenterò a testimoniare alla Procura di New York".
"Suo diritto, signor Velli; anzi, suo dovere", m’aveva risposto un poco infastidito, guardando il mio amico; "anche se, dottor D’Aiazzo, non so quanto servirà, dato che tutti gli altri l’hanno riconosciuta come autore del crimine. Non posso mica farci niente, sa? Lei dovrà essere estradata in America. Intanto, si consideri sospesa dalle funzioni e agli arresti domiciliari: mi fido e non la faccio associare alle carceri per i suoi ottimi precedenti; ma voglio la sua parola che non tenterà di fuggire".
"Ce l’ha; ma protesto: si tratta anche d’una questione politica: il Montgomery potrebbe essere il nuovo Presidente degli Stati Uniti; altrimenti ci avreste riflettuto di più, prima di mandarmi in pasto agli americani: io ho fatto molto per l’Italia!".
"Fingo di non avere sentito, proprio per i suoi buoni precedenti".
Vittorio era stato condotto da due carabinieri direttamente a casa sua. Io, non appena fuori dal Tribunale, avevo chiamato l’amica del D’Aiazzo da un bar, per riferirle quant’era successo. Era già al corrente della convocazione di Vittorio in Tribunale. "Forse", le avevo suggerito, "le conviene andare via sùbito, prima che arrivino lui e i carabinieri; per non avere fastidi; ma immediatamente, ripeto, perché è questione di minuti": avevo avuto la sensazione che qualcosa di male stesse per accadere anche a lei.
"No, signor Velli: io sto qui col mio Vittorio; e poi chi gli farebbe la spesa?": anche Marina, dunque, era molto innamorata.
Purtroppo per lei, il giudice aveva riferito alla Procura di New York il suo nome, che conviveva col D’Aiazzo e che i due avrebbero voluto sposarsi, e in chiesa, adesso che Vittorio, cattolico praticante, era vedovo; e là in America dovevano aver controllato all’aeroporto le registrazioni dei passeggeri e scoperto che Marina aveva preso lo stesso volo del D’Aiazzo. Avevano dunque comunicato in Italia di considerare Marina Ferdi sua possibile complice, o addirittura istigatrice, al fine di poter essere sposata da lui.
Quindi, come i media avevano riferito, pochi giorni dopo sia Vittorio sia la sua promessa sposa erano partiti per New York, scortati da due agenti dell’INTERPOL.
VI
Aldo Moreno, commissario, era il diretto collaboratore di Vittorio e, come me, suo amico. Ci davamo del tu. Saputo della partenza coatta di Vittorio e Marina, gli avevo telefonato in Questura, per chiedergli cosa si potesse fare. Mi aveva risposto di passare a trovarlo nel pomeriggio.
Dopo la stretta di mano, m’aveva detto: "Noi collaboratori abbiamo tenuto una riunione sull’arresto del capo…"
"Aldo", l’avevo interrotto, "io andrò a New York a testimoniare a suo favore; e soprattutto, scatenerò un putiferio scrivendo a giornali dell’area politica del Presidente Mulligan: una sorta di J’accuse contro il Montgomery; e voi?".
"Siamo certi certissimi della sua innocenza. Purtroppo… non potremo fare niente. Si sarebbe voluto andare, almeno un paio di noi, a New York privatamente, per indagare; ma il commissario capo Gabrini, che svolge provvisoriamente le funzioni del D’Aiazzo, l’ha vietato. L’avremmo fatto con gioia, anche se rimettendoci un po’ di ferie; i costi si sarebbero divisi tra noi membri dell’ufficio: al vice questore siamo tutti affezionati".
"Sì, è un gran brav’uomo, pieno di cuore; ma a parte questo, penso che il tuo attuale capo abbia deciso saggiamente. Trovare in due, in una metropoli straniera, il vero assassino?! Probabile anzi che l’omicida non sia nemmeno più a New York, se s’era trattato d’un, vero o fasullo, attentato al Montgomery: il mandante nel frattempo l’avrà fatto fuggire chi sa dove; se invece l’obiettivo era stato proprio la signora White… un po’ meno improbabile trovare il colpevole, ma pur sempre la classica ricerca in un pagliaio; tuttavia, una volta a New York cercherò d’informarmi sulle frequentazioni della vittima, coll’aiuto d’un poliziotto privato".
"Tienimi al corrente".
(omissis)