III
Era passata una settimana ed era circa mezzogiorno.
"Ran, tu che sei di qui conosci la zona di Porta Palazzo, no?" mi aveva chiesto il D'Aiazzo dopo aver risposto all'interfono del nostro ufficio.
"Sì, commissario": in quel tempo, e ancora per qualche mese, nonostante l'amicizia gli davo del lei, anche se in privato lo chiamavo Vittorio.
"Va bbuo'! Le volanti son tutte occupate. Perciò ti prendi due uomini in divisa e con la nostra auto corri in via Cot-to-len-go: la conosci via Cottolengo? Ditta Mostro le Antichità. Ha telefonato 'na femmina che stanno, let-te-ral-men-te! ammazzandosi di botte. Il pranzo te lo fai dopo".
Avevamo inserito la sirena della nostra Giulietta senza contrassegni e l'avevamo tenuta fino all'ultimo, sperando che il suo urlo in avvicinamento intimorisse i violenti e li facesse desistere prima d'un possibile epilogo tragico.
Il negozio, un ampio oscuro magazzino al dettaglio e all'ingrosso di mobili e soprammobili usati, era prossimo alla piazzetta del Balon, il mercatino delle pulci di Torino.
"Polizia!". Ero in borghese, ma essendo i due colleghi in divisa, non avevo mostrato il tesserino.
Un uomo sanguinante, il viso tumefatto, giaceva a terra supino, in tutta evidenza moribondo. Qualcosa si agitava stranamente sotto la sua camicia. Avevo guardato con stupore quel movimento sul suo petto e avevo pensato che gli fosse uscito il cuore e continuasse a battere esposto sotto l'indumento anche se, come presto avrei realizzato, era un'idea assurda.
A semicerchio attorno al morente stavano ferme, come indifferenti, quattro persone.
"Cosa fate?! Le belle statuine? Chi è costui? e voi chi siete?".
"Il padrone; e noi siamo i magazzinieri", aveva risposto una ragazza per tutti.
"L'avete già chiamata, l'ambulanza?".
"N...no", aveva balbettato la ragazza di prima.
"Lei chi è?".
"Mariangela".
"Potrei denunciarvi per omissione di soccorso, lo sapete?!". Immediatamente avevo chiesto a uno dei miei di chiamare un'autolettiga per telefono. Quindi avevo identificato i quattro.
Quasi sùbito era giunta l'ambulanza che aveva condotto il ferito al vicino Ospedale Istituto della Carità Cristiana. Avevo ordinato all'altro dei miei di accompagnarlo e ascoltare se l'uomo pronunciasse qualcosa.
I dipendenti del negozio erano un uomo grande e grosso sulla trentina, un certo Alfonso, torinese, dal viso lungo pallidissimo e denti cavallini, che portava la fede nuziale, e tre signorine sui diciassette, diciott'anni, tutte del sud, della prima immigrazione, e tutte molto belle, Mariangela, Jolanda e Annunziata, bionde ma, come denunciavano le loro sopracciglia e gli occhi nerissimi, certamente tinte.
Avevo chiesto ai quattro che cosa fosse accaduto. M'avevano risposto sovrapponendo le loro voci. Avevo deciso, perciò, che li avrei interrogati singolarmente; ma, proprio in quel momento avevo udito una voce bisbigliare dalla strada, ma non abbastanza bassa: "La madama!" e poi passi veloci in allontanamento.
M'ero precipitato fuori col mio aiutante, appena in tempo per scorgere due facce da galera infilarsi, guardandosi indietro, fra le bancarelle del Balon. Non appena ci avevano visto, avevano preso a correre. C'eravamo buttati all'inseguimento.
Erano fuggiti a zigzag, separandosi. Poi, senza volerlo, s'erano ritrovati ancora uniti, noi dietro, ed erano sbucati insieme, ormai persa la testa, l'uno appena davanti all'altro, nella zona del mercato di piazza della Repubblica e dei negozi d'abbigliamento e cineserie di corso Regina Margherita. Erano filati lungo il bordo della piazza e avevano attraversato come saette quel viale, quasi deserto per lo scarso traffico privato di quei tempi, finendo dall'altra parte, all'angolo tra la piazza e il corso. Qui, dopo un attimo d'indecisione, s'erano precipitati entrambi verso via delle Orfane, noi sempre alle costole. Due vigili urbani in servizio ai mercati ce li avevano bloccati poco oltre e noi li avevamo ammanettati.
"Li avete presi, grazie al cielo!" ci aveva raggiunto una voce.
Era quella di una signora di media età, appena uscita da un bar che avevamo di poco superato sostenuta da un paio di buoni samaritani i quali, come ci avevano riferito, le avevano offerto un cordiale, avendola vista vagolare senza meta, come inebetita, per aver subìto qualche minuto prima lo strappo della borsetta in via Giulio angolo via della Consolata, davanti all'omonima Basilica: proprio vicino alla casa dei miei.
Ormai più calma, la donna ci aveva testimoniato che erano stati loro, i due arrestati, a derubarla. Nulla a che fare, dunque, col pestaggio dell'antiquario. Almeno però i due bricconi erano stati pescati e con loro i denari e il libretto di assegni, ma non la borsa, della signora.
Li avevamo portati alla macchina, dopo avere raccomandato alla derubata di passare da noi a sporgere denuncia.
Ad attenderci c'era l'altro mio uomo: "Brigadiere, pare che sia in coma. Non ho potuto parlargli".
"Va beh, conducete questi due in Questura e dite al commissario D'Aiazzo che io resto qui a interrogare i magazzinieri". Contavo, sùbito dopo, di passare dai miei per il pranzo e quindi di tornare da Vittorio a fare rapporto.
© Guido Pagliarino