II

 

Non appena a Torino, avevo lasciato i bagagli nell'alloggio che i miei affittavano in via Giulio, nel centro storico, in una casa non molto distante dalla Questura, vecchia e con bruttissime scale; ma l'appartamento era confortevole perché la mamma l'aveva molto curato tanto che, dall'interno, non lo si sarebbe immaginato in un palazzo ormai quasi cadente. Unico lusso per quei tempi, un frigorifero invece della ghiacciaia; naturalmente un FIAT, a prezzo scontato per dipendenti ed ex dipendenti.

Non volendo importunare i genitori, avevo deciso che avrei cercato alloggio in una delle stanze per sottufficiali scapoli d'una vicina caserma di corso Valdocco, presso il cui spaccio mia madre, come parente d'un poliziotto, già faceva, a minor costo che nei negozi, la spesa. Lo stesso pomeriggio del mio arrivo avevo chiesto udienza; ma mi avevano risposto che, al momento, non c'erano posti liberi se non in camerata, anche se era probabile il trasferimento d'un brigadiere; e mi avevano registrato, per primo, in lista d'attesa. Intanto, i miei s'erano detti felicissimi di ospitarmi, anche per tutta la vita.

L'amico D'Aiazzo, che già a quel fine era stato tempo prima a Torino, aveva affittato un alloggetto in via Cernaia, a due passi dalla Questura di corso Vinzaglio.

Il 21 era considerato interamente giorno di viaggio; avevamo preso dunque servizio la mattina dopo il nostro arrivo.

 

 

© Guido Pagliarino

 

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