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 E-book Gratis Gesù, nato nel 6 a. C., crocifisso nel 30: un approccio storico - saggio (Segnalazione di Merito al "PREMIO PER LA PACE 2004" del Centro Studi Cultura e Società CLICCA, VEDI  SOTTO  E  SCARICA  GRATUITAMENTE

Il libro cartaceo di quest'opera (vedi sotto le copertine e scarica) è uscito dal catalogo della Prospettiva Editrice il 30 settembre 2011 e non è più in commercio - Tutti i diritti sono tornati all'autore  - L'e-book è distribuito GRATIS, per decisione dell'autore, su Kobo e su Lulu

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La  prima stesura di quest'opera, del 1996-97, a cura dell'autore era stata stampata in 100 copie, in occasione del Natale 1997, e donata a critici e a scrittori. Ecco due tra i pareri allora ricevuti  >

Giorgio Bárberi  Squarotti

Vittorio Messori
    

 

I seguenti sono invece gli articoli, le recensioni e i pareri relativi all'edizione, aumentata, del 2003 e 2008, Prospettiva editrice >

 Maria Teresa Massavelli

Sandro Gros Pietro

Tommaso Romano

Antonio Scacco

 Guido Bava

 

 

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LIBRO CARTACEO FUORI CATALOGO (due edizioni, 2003 e 2008) Vedi:

Piano dell'opera, edizione cartacea 2003 ed e-book 2012

Prefazione dell'autore e primi paragrafi dell'edizione cartacea2003 e dell'e-book 2012

 Bibliografia essenziale dell'opera 

Copertina 1a edizione

Copertina 2a edizione

Titolo Gesù, nato nel 6 a. C., crocifisso nel 30: un approccio storico - Saggio
Autore Pagliarino Guido
ISBN 88-7418-072-1
Dati 140 p.
Anno 2003 e 2008
Editore

Collana

CostellazioneOrione

 

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Presentazione

STRALCI DALLA PREFAZIONE: Questo è un libro di divulgazione storica, non di catechesi, e intende rivolgersi a tutti [...] Contiene notizie ignote a molti, pure a credenti; o meglio, conosciute in modo superficiale e distorto, che è peggio: lo so perché sono ormai anni che tengo conferenze sul vero Cristianesimo e colgo la meraviglia di presenti. Negli ultimi due millenni, accanto a innumerevoli casi di carità cristiana, tante cattiverie personali sono state commesse da membri della Chiesa, chierici e laici, e collettive, come guerre sante e roghi accesi con pari diligenza da cattolici e da protestanti, nemmeno che il Precetto fosse stato “Odierai il nemico” e Dio avesse considerato come suoi nemici personali gli avversari ideologici di quei fedeli. Pur se non fu minore il numero di atrocità compiute da non credenti e da membri di altre religioni, essendo essenziale messaggio cristiano l’Amore-Dio molti oggi rifiutano il Cristianesimo “incoerente” e “oscurantista”: il male appare sùbito e resta nella memoria, il bene no.  [...] Eppure, quanto sostanzialmente importa è: O Cristo è realmente esistito, morto e risorto e, dunque, ci ha salvati, oppure no. Se sì, ha sempre senso essere cristiani, anche se molti credenti usarono e usano la loro libertà per fare il male invece del bene; altrimenti, non ha mai avuto senso. [...] Per questo, con l’Illuminismo e il Positivismo, i critici del Cristianesimo avevano in primo luogo cercato di abbattere la realtà della Risurrezione e, parte di loro, la storicità stessa di Gesú. [...] Questo mio lavoro riguarda due periodi storici, anche se non è diviso in due parti: il tempo di Gesú e della prima Chiesa e l’epoca che va dall’Illuminismo ad oggi, con le sue varie scuole di contestazione al Cristianesimo. Contempla, in un confronto con quei critici, la realtà storica, o meno, di Gesú e quella della predicazione apostolica sulla sua risurrezione; inoltre, la concreta formazione dei libri del Nuovo testamento, opere letterarie, non dettate dall’Alto, anche se, senza contraddizione come vedremo, ispirate da Dio, in un tempo, all’incirca tra gli anni 50 e 90, nel quale, almeno in parte, i testimoni oculari di Cristo risorto erano ancora vivi e attivi nella comunità cristiana. Ipotesi contraria, ancor oggi di moda, è che questi testi siano stati scritti molto tempo dopo, quando erano ormai morti da un pezzo i testimoni e smentite non erano più possibili." ALCUNI STRALCI DAL TESTO: "A proposito di documenti cristiani, cominciando dai libri del Nuovo testamento, non è giusto né razionale nutrire spontaneamente per essi minor fiducia che per le fonti storiche non cristiane: si consideri, oltretutto, che per i fatti narrati gli uni sono in sostanziale accordo cogli altri. La buona fede degli autori deve sempre essere ammessa fino a prova contraria, cioè all'eventuale ritrovamento di convincenti prove opposte. Ad esempio, nessun documento ha dimostrato falso il libro di Luca Atti degli apostoli e, dunque, è bene pensare che la vita della primissima Chiesa si sia svolta, in sostanza, così come dice l’autore. Oltretutto, se si assumesse l’atteggiamento contrario non ci sarebbero più testimonianze per la storia antica, in quanto tutte le relative fonti sono apologie, sono di parte, come gli storici sanno. Per gli autori antichi contava soprattutto mettere in evidenza la figura della persona che era stata protagonista di un avvenimento. In certi casi si trattava addirittura di memoriali degli stessi protagonisti, come i due libri di Giulio Cesare sulla guerra gallica e sulla guerra civile che nessuno però esclude dalle fonti storiche. Essere di parte non significa, per ciò solo, essere in mala fede, inventare. D’altronde anche per la storia più recente è possibile la manipolazione, la malafede, per esempio montando in un certo modo un film documentario per cambiare la cronologia degli eventi; ma anche in questi casi si deve dimostrarlo, che l’autore mente. Non sarebbe atteggiamento culturale ma viscerale supporre pregiudizialmente la mala fede dei documenti di autori cristiani solo perché non si accetta il Cristianesimo. Si noti inoltre che le copie di documenti neotestamentari in nostro possesso, le più antiche del II e III secolo, sono le più vicine nel tempo ai fatti che narrano rispetto a tutte le altre finora rinvenute: di originali, a parte documenti archeologici, non ce ne sono più. Ad esempio, il più antico codice relativo a Virgilio, il Veronensis, contenente frammenti delle Bucoliche, delle Georgiche e dell’Eneide, è solo del IV secolo; cinque secoli separano Tito Livio dalle più vecchie copie di sue opere giunte a noi; circa novecento anni dividono Cesare dalle più antiche trascrizioni rinvenute dei suo libri; e quasi millecinquecento anni separano il tempo di Aristofane e Sofocle dai più vecchi manoscritti di loro lavori in nostro possesso. Inoltre, i documenti neotestamentari sono assai più numerosi: ne sono stati trovati circa cinquemila. Tra questi, il più antico è il P52 Rylands, un frammento del 120 / 130 circa di 6 centimetri per 9, contenente alcuni versetti del Vangelo secondo Giovanni: soltanto novanta – cento anni lo separano da quanto narrato. Possediamo poi alcuni brani scritti attorno all’anno 200, cioè il documento P64 Magdalen – ma questo potrebbe essere di molto più antico: si veda oltre –, il P65 Bodmer e il P67 Fondazione San Luca. Del III secolo e meno incompleto, abbiamo il P45 Chester_Beatty, composto da una trentina di piccoli fogli contenenti lunghi brani e capitoli interi dei Vangeli. Tutti i citati manoscritti sono su papiro, supporto non molto caro ma facilmente deteriorabile. Documenti rimasti più integri furono composti dal IV secolo sulla più resistente pergamena, quando alla Chiesa, dal tempo di Costantino, fu possibile accumulare beni e dunque, tra l’altro, avvalersi regolarmente di quest’assai più costosa base di scrittura; tra altri documenti, e di gran valore per la ricerca, possediamo, del IV secolo, il Vaticanus, che contiene quasi tutta la Bibbia, e il Sinaiticus, con il Nuovo testamento pressoché completo, mentre i fogli sull’Antico sono in gran parte persi. Del V secolo e ancor più importanti perché riproducono l’intero Testamento, abbiamo, sempre tra altri, l’Alexandrinus British Museum, il Codex Ephraemi Biblioteca Nazionale di Parigi e il Codex Bezae Cambridge (in latino oltre che in greco)." [...] "Sebbene in tutti gli Evangeli Pilato non condanni Gesú ma semplicemente lo consegni agli ebrei perché lo uccidano, non solo si tratta d’una sentenza romana, ma c'è un forte indizio ch’essa sia voluta dal procuratore per ragioni d’ordine pubblico: si tratta della scritta che Pilato stesso fa apporre sulla croce, Gesú nazareno re dei Giudei, motivazione sintetica della sentenza che significa in sostanza: Gesú che abbiamo giudicato essere il capo degli insorti antiromani. Secondo le fonti storiche diverse dai Vangeli, Ponzio Pilato, quinto governatore della Giudea, durante tutto il suo mandato (circa 26 - 36 d.C.), non si manifesta come un uomo equilibrato, pacifico e il più possibile giusto compatibilmente con le esigenze d’ordine pubblico. Per gli storici Giuseppe Flavio e Filone alessandrino, è uno dei peggiori governatori della Giudea, crudele, rapace, ingiusto e pure rozzo57. Appena insediato, fa sfilare a Gerusalemme le sue truppe urtando il sentimento religioso ebraico. Quindi ruba il denaro del tempio per fare costruire un acquedotto, facendo ammazzare tutti quanti protestano. Si suppone che in parte quei soldi restino nelle sue tasche; certo è che in genere, secondo quelle fonti, si arricchisce personalmente con vari furti e intrallazzi. Finirà in disgrazia, ma non a causa del processo a Gesú come recita una leggenda; invece, come riferisce Giuseppe Flavio, per aver provocato, verso il 35/36, un grave incidente diplomatico coi samaritani. Un sedicente profeta samaritano aveva affermato che sul monte sacro Garizim erano stati sepolti i sacri vasi del primo tempio, quello costruito da Salomone. Una gran folla s'era radunata su quell’altura: s'era trattato d'un semplice pellegrinaggio, ma Pilato, pensando a una sommossa, aveva fatto disperdere quella gente dalla sua cavalleria e fatto giustiziare i più eminenti dei presenti. La fedeltà samaritana era venuta meno. Quindi il governatore, denunciato all'imperatore da Vitellio, legato di Siria e superiore a Pilato in autorità, era stato destituito e rimandato in Italia per essere giudicato. Secondo una certa tradizione, l'imperatore l'avrebbe condannato all'esilio a Vienne in Gallia. Per lo storico della Chiesa Eusebio da Cesarea, Pilato si sarebbe suicidato. Nonostante le affermazioni di certi vangeli apocrifi assai tardi, nessun documento indica ch’egli sia divenuto cristiano per aver visto Cristo risorto nei giorni seguenti la Crocifissione; e d’altronde, l’ultimo episodio del suo governo ne è in contraddizione. Insomma, stando alla figura che ci hanno tramandato di Ponzio Pilato gli storici del I secolo, egli ben difficilmente si sarebbe assoggettato per quieto vivere al volere ebraico. I tumulti li sedava massacrando coi suoi soldati, senza pensarci su troppo; disprezzava la classe sacerdotale e in genere gli uomini del tempio e del sinedrio. È molto difficile che, durante il processo, egli non pensi a Gesú come a un pericolo, tanto più che i sacerdoti gli hanno detto che è il re, cioè il capo supremo religioso-politico dei ribelli i quali seguono la tradizione davidica, non sadocita; dunque, non si può pensare che il governatore lo condanni solo per compiacere sacerdoti e folla e non, anzitutto, per eliminare quello che per lui è un rischio per l'ordine pubblico. Il giudaismo è per Roma un problema particolare. La religione d’Israele è monoteista, ed è davvero del tutto una sola cosa con le tradizioni politiche. Teniamo presente che non solo per gli ebrei ma anche per i romani non c'è netta distinzione fra elementi politici e soltanto religiosi. L'impero, a patto di un atteggiamento leale verso Roma, ha riconosciuto agli israeliti il diritto di non adorarne gli dèi e in genere di non acquistare i costumi romani, e il diritto-dovere di vivere nell'ordine secondo le tradizioni dei loro padri ebrei: di fatto, secondo le norme sadducee e farisee. Custodi ebrei di quest'ordine sono appunto i sacerdoti e il sinedrio. I princìpi politico-religiosi che promanano dalla linea teologica davidica, quella del re-messia, tanto per i sacerdoti quanto per Ponzio Pilato sono un possibile fomite di disordini; e Gesú ha sicuramente creato agitazione a proposito delle forme di culto, un tutt'uno con le norme politiche concordate dai sadducei coi romani. Queste cose sono più che sufficienti perché il procuratore lo condanni a morte, secondo la legge romana, come fomentatore di disordini." [...] "Sono chiamati sadducei gli appartenenti a famiglie sacerdotali insieme ai loro sostenitori laici. Si proclamano gli eredi delle tradizioni sadocite, cioè dei discendenti dell’antico sacerdote Sadoq, o Saduq, vissuto prima dell’esilio di Babilonia: da qui il loro nome di sadducei. Costituiscono una minoranza nobile e ricca durante il periodo del secondo tempio, costruito da Erode il Grande a far capo dal 20 a.C., un’epoca che si concluderà con la distruzione di Gerusalemme e del medesimo tempio nel 70. I sadducei ammettono il valore vincolante della legge di Mosè e accettano i libri sacri più antichi, sicuramente tutto il Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio); non accolgono come parola di Dio i libri più recenti, fine II / I secolo a.C., come il 2 Maccabei (peraltro rifiutato, insieme al più antico 1 Maccabei, da tutti gli ebrei) e il libro della Sapienza, libri di mano farisea in cui appare il credo nella risurrezione alla fine dei tempi. I sadducei pensano, come i più antichi ebrei, che tutto finisca con la morte. Fors'anche per quest’idea, scendono a patti coi dominatori romani, allo scopo concreto di difendere i loro interessi terreni, gli unici reali, secondo loro. Sono sostenitori convinti del libero arbitrio e sono in opposizione teologica coi farisei che s’aspettano la risurrezione dei corpi e sono provvidenzialisti fino al punto che parte di loro crede alla più stretta predestinazione. I farisei si costituiscono nel II secolo a.C. come una fazione politica e religiosa di "separati" (perushim in ebraico, pharisàion in greco). Si considerano unaélite rispetto ai numerosi non osservanti, tali per mancanza di volontà o per ignoranza, che chiamano con disprezzo "popolo della terra", cioè individui materiali destinati a non risorgere. Si oppongono fin dall’inizio alla classe sacerdotale al potere, ellenizzata, che possiamo già chiamare dei sadducei. Durante la guerra ebraica scoppiata contro il re asmoneo Alessandro Ianneo, molto sanguinosa, decine di migliaia di farisei muoiono in battaglia e 50.000 prigionieri sono fatti crocifiggere dal sovrano, che è sostenuto dai sadducei i quali hanno fatto un compromesso politico con lui. Morto il re, la sua vedova, per timore, cerca la pace e chiama a corte anche i farisei, affidando loro le regole dell’osservanza, accanto ai sacerdoti collaborazionisti sadducei. Dall’originale opposizione tra sadducei e farisei si giunge quindi a un’alleanza, non sempre stabile peraltro, per difendere i comuni interessi. Parte dei farisei entra assieme ai sadducei nel sinedrio, sorta di senato e tribunale religioso-politico, quello che condannerà Gesú, pur non potendo divenire sacerdoti, per ragioni di nascita; ma nelle cerimonie nel tempio sono farisei a stabilire il comportamento, anche per quanto riguarda i sommi sacerdoti. I farisei si dividono in molte correnti, sette principali di cui, prime, due grandi scuole, dette case: di Shammai, che accetta con molte remore il proselitismo presso i non ebrei, e di Hillel, che vuole il maggior numero fattibile di proseliti dal paganesimo e facilita il più possibile le conversioni, anche a spese eventualmente di norme di osservanza ritenute troppo dure per i gentili. I secondi non sono molto distanti dalla mentalità di Gesú. A differenza dei sadducei collaborazionisti, i farisei sono ostili ai romani, ma si tratta di un’opposizione noncurante, senza manifestazioni esterne; tuttavia, quelli che ruotano attorno al tempio e al sinedrio, in sostanza collaborano cogli occupanti. Gli scribi infine, hanno a loro volta una posizione particolarmente autorevole, accanto e in parte a integrazione del sacerdozio. Al tempo di Gesú sono farisei o schierati coi farisei a cui sono comunque accomunati dallo zelo pignolo per la Torah. Durante l’esilio, molti secoli prima dunque, avevano conservato il patrimonio letterario religioso israelitico, divenendo poi i depositari ufficiali delle antiche tradizioni dei padri, molto rispettati ed entrando quindi, parte di loro, nel sinedrio. Erano laici e, almeno in teoria, potevano essere di qualunque stato sociale, salendo grazie allo studio, come pur era per i farisei, a differenza dei sadducei che erano tali per ragioni ereditarie. Luca definisce gli scribi dottori della legge poiché si rivolge a gentili e non vuole che essi fraintendano ritenendoli semplici segretari scrivani. Sadducei, farisei e scribi costituiscono ormai, e da tempo, la élite politico- religiosa in Israele durante la predicazione di Cristo. Questi è un grave pericolo per il loro potere, come meglio vedremo al paragrafo seguente; così essi decidono di toglierlo di mezzo."

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