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Cristianesimo ieri e oggi - Sommario
© 1998 Guido Pagliarino
Stralcio da LA VITA ETERNA (già L'ETERNO CORPO UMANO) - Saggio sulla risurrezione
[omissis]
Morte e vita presso gli Ebrei antichi.
Secondo il Cristianesimo, la Rivelazione è progressiva.
Per molto tempo gli Ebrei credono che tutto finisca per una persona con la morte del suo corpo: sarà ancora tale il sentire della classe sacerdotale, i sadducei, durante la vita di Cristo. Non c’è ancora l’idea che si muore perché si è peccatori. La morte è vista come un fatto di natura. Viene intesa come castigo solo una morte drammatica, con sofferenze o in giovane età o vergognosa. È invece il popolo d’Israele nell’insieme ad essere punito quando vi prolifera il peccato e non vi si onora a sufficienza Dio. Ad esempio, esso è deportato a Babilonia per i suoi peccati. Il pensiero che il singolo muore a causa del male che compie, e altrimenti continuerebbe a vivere, sorge proprio in questo tempo, attorno al VII-VI secolo a.C., così come troviamo nella Genesi dove i mitici Adamo ed Eva sono puniti da Dio, per aver voluto farsi simili a lui, venendo resi mortali.
Prima dell’esilio di Babilonia, c’era stata solo l’idea che Dio puniva le colpe sui figli sino alla quarta generazione:
… io sono un Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti.
(Deuteronomio, 5, 9 – 10: VIII secolo a.C.)
Quindi, maledizione o benedizione sui discendenti ma morte per ogni individuo. Tuttavia, già durante il tempo dell’esilio viene considerato scandaloso che i singoli colpevoli non vengano castigati da Dio e gli innocenti soffrano, e senza ricompensa, a causa loro. Si vedano i Libri di Geremia (12,1), di Giobbe (21, 7-16) e di Abacuc (1,13-14). Ad esempio, in quest’ultimo leggiamo:
Tu dagli occhi così puri che non puoi vedere il male e non puoi guardare l’iniquità, perché vedendo i malvagi taci, mentre l’empio ingoia il giusto? Tu tratti gli uomini come pesci del mare, come un verme che non ha padrone.
Sulla base dell’esperienza di vita, si sa bene che non c’è nessuna garanzia di giustizia per la singola persona. Così è sentito ancora (Qoelet) alla metà del III secolo a.C., durante la sottomissione della Palestina ai re Tolomei:
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante[i]
Tutto ho visto nei giorni della mia vana vita, perire il giusto nonostante la sua giustizia, vivere a lungo l’empio nonostante la sua iniquità[ii].
Il Qoelèt non propone insegnamenti, solo fa riflettere sulla situazione dell’uomo mortale invitando a non ribellarsi. Una sorta di accorata saggezza lo pervade, per cui il testo è stato fittiziamente attribuito al sapiente re Salomone benché vissuto tanti secoli prima.
È un libro di passaggio tra la religione antica e la fede nella risurrezione, nell’eterna ricompensa, che sta per nascere presso gli Ebrei. Sorge dapprima l’idea, nell’ambiente teologico farisaico, che, a causa della debolezza umana, nessuno sia in grado di osservare del tutto la Legge, per cui il giusto non esiste e dunque tutti muoiono; poi nasce finalmente il pensiero che Dio possa considerare giustificato chi è poco ingiusto, e dunque salvarlo. A differenza che in àmbito sadduceo, è nata presso i farisei l’idea della retribuzione dopo la morte, secondo la legge del contrappasso: Dio ribalta la situazione terrena: il giusto (o meglio il giustificato) è compensato, l’ingiusto punito. Si veda il Libro della Sapienza, della metà del I secolo a.C.[iii] dove tra l’altro è scritto:
Le vite[iv] dei giusti sono in mano a Dio e nessun tormento le tocca. Agli occhi degli sciocchi parve che morissero e fu stimato sciagura il loro trapasso, e la loro dipartita da noi uno sfacelo. Essi invece sono in pace e mentre sembrò agli uomini d’essere tormentati, la loro speranza era colma d’immortalità. Dopo avere un poco sofferto, sono ampiamente premiati perché Dio, mettendoli alla prova, li ha trovati degni di lui
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… coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore
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ma gli empi per i loro pensieri avranno il castigo, essi che hanno disprezzato il giusto e si sono ribellati al Signore[v].
I farisei pensano a una risurrezione materiale del corpo, per i giustificati, solo alla fine dei tempi, con la costituzione da parte di Dio del tempo messianico e di un mondo nuovo di giustizia e di pace (di shalòm)[vi]. Fiorisce al riguardo, circa dall’inizio del III secolo a.C. fino al I d.C. la cosiddetta Letteratura apocalittica, un insieme di libri per la maggiore parte non considerata canonica né dagli ebrei né dai cristiani: il libro di Daniele sarà accolto come canonico dagli ebrei solo verso l’anno 80 del I secolo d.C. È parola di Dio anche per i cristiani. In attesa del tempo messianico, i defunti giustificati dormono, cioè restano morti. Teniamo sempre presente che il concetto greco, e pure della filosofia orientale reincarnazionista, di anima-essenza, indipendente dal corpo, è estraneo alla cultura ebraica e le è ignoto fin verso il III-II secolo a.C.
Intanto, tutto è storicamente e teologicamente pronto per la predicazione di Gesú. I cristiani dicono: “A questo punto, nella pienezza dei tempi, dopo che Dio ha tutto predisposto, nel corso dei secoli, nella cultura ebraica e in particolare ispirando i Libri sacri, il periodo dell’attesa è concluso; e Dio-Gesú-uomo viene a completare per sempre la Rivelazione[vii] al genere umano, manifestandogli il destino ultimo dell’uomo, la Salvezza eterna grazie all’incarnazione, morte e risurrezione dello stesso Cristo”.
Per gli Ebrei dunque, l’essere umano è costituito dal suo corpo soltanto, animato in senso vegetativo e dotato di ragione. È questo il vento, lo spirito, che nel racconto allegorico biblico Dio insuffla nei viventi: è la vita. Vediamo cosa ne dicono i Libri 1 e 2 della Genesi, per certi versetti della fine del VI secolo a.C. e per altri più antichi e, ovviamente, di diverso autore:
… allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo[viii]
e soffiò nelle sue narici un alito di vita
e l’uomo divenne un essere vivente[ix].
Il soffio, la vita, è concesso tanto all’essere umano quanto ad ogni creatura vivente, con la differenza che gli animali sono creati secondo la loro specie:
Dio disse: La terra produca esseri viventi secondo la loro specie:
bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie[x]
mentre l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio:
Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò[xi]
cioè l’essere umano riceve la ragione[xii]; ma si tratta d’una psyché, una psiche-ragione-io che gli viene dal corpo il quale è dunque raziocinante a differenza di quello animale. Per gli antichi, Ebrei compresi, dal cuore l’essere umano ha l’intelligenza, dai reni i sentimenti. Oggi diciamo ragionamento e sentimenti dal cervello e, solo in senso simbolico, sentimenti dal cuore. Non si tratta di pneyma: lo Spirito, il Pneuma è solo Dio. In questo senso Paolo scriverà che dall’incontro con la charis (Grazia gratuita proposta da Dio all’essere umano) della pistis (fede) dell’uomo, questi riceve il Pneuma; cioè è pieno dello Spirito di Dio, è in Grazia.
Corpo, anima, spirito nelle Lettere di Paolo.
Vediamo cosa intende Paolo nelle sue Lettere, per i cristiani Parola di Dio come tutto il resto del Testamento, là dove, in traduzione italiana, troviamo spirito, corpo, anima.
Per il corpo lui usa due parole, sarx e soma. Con la prima intende tutto l’essere umano quando è peccatore, non in Grazia, e dunque è volto alla morte invece che alla Vita eterna, a meno che si converta. Con la seconda si riferisce al medesimo essere umano quando la sua fede, pistis, nel battesimo ha incontrato la charis, la Grazia, e dunque, ripieno del Pneuma divino, ha la via aperta per l’assunzione alla Vita in Dio. In grazia o no, Paolo etichetta il corpo umano con la parola psichico, un corpo che ragiona e ha libertà di scelta. Quello risorto del giusto è un corpo glorioso pneumatico (ineffabile, spirituale, eternamente vivo per e nel Pneuma divino). Tra vita terrestre e vita in Dio dei risorti c’è analogia, si tratta sempre di corpi, ma c’è pure qualcosa di differente. Paolo scrive nella Prima Lettera ai Corinzi:
Ma qualcuno dirà: “Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno? Stolto! Ciò che tu semini non prende vita se prima non muore; e quello che tu semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco (…). Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale[xiii].
Quando in traduzioni italiane di Lettere paoline troviamo anima o spirito, dobbiamo fare attenzione al contesto.
Nell’originale, a volte, anche a proposito dell’uomo Paolo usa pneuma, ma per indicare la situazione dell’essere umano sulla terra in grazia, non nel senso della sua anima bensì in quello che lo Spirito, l’Amore e l’assistenza spirituale dell’Avvocato, del Protettore (Paraclito), cioè del medesimo Spirito, operano in lui.
Altre volte, sempre nell’originale, adopera invece la parola psiche. Non si riferisce a un’essenza eterea ma alla concreta individuale ragione che ogni uomo ha, prodotta dal suo corpo che Dio ha creato capace appunto, a differenza di quello animale, di ragionare e sentirsi individuo elevato e ulteriormente elevabile, fino al credo in Dio e nella propria assunzione a lui nell’eterno.
Risorge dunque, trasformato in spirituale, il soma del giusto con l’individuale psiche di quel corpo, cioè col suo io, non con in sé una greca anima-essenza, anche se questa sarà l’umana idea vincente fin verso il concilio Vaticano II; è invece il corpo che diventa pneumatico. Oggi diversi teologi cattolici intendono di nuovo la risurrezione secondo il giudeocristianesimo delle origini. Ne riparleremo trattando di Paradiso, purgatorio, inferno, facendo anche riferimento al Padre della Chiesa Giovanni Crisostomo.
[omissis]
[i] Qo (Qoèlet – o Ecclesiaste) 3,2 .
[ii] Qo 17, 15.
[iii] Libro dell’Antico Testamento scritto direttamente in greco anziché in ebraico, da un autore di ambiente giudeo alessandrino che attribuisce la sua opera al saggio re Salomone. In Alessandria molti della comunità ebraica avevano ormai perso la lingua ebraica e parlavano greco. Per questo, tra la fine del II secolo – inizio del I a.C., era stata scritta in Alessandria una traduzione dell’intera Parola in lingua greca: cosiddetta Bibbia dei settanta.
[iv] “Anime” nell’edizione CEI della Bibbia.
[v] Sap 3, 1 – 12.
[vi] Si veda Is 25,8 e 65,19.
[vii] È questa la Verità che troviamo nel Nuovo Testamento e in particolare nel Vangelo secondo Giovanni. Non è l’ente Vero ma una verità comprensibile all’uomo: Cristo rivela, con le sue parole e le sue opere, la volontà divina per l’essere umano: Salvezza eterna in Dio per chi segue l’esempio etico di Gesú uomo, esempio che si può sintetizzare nel suo comandamento: “Amate Dio con tutto il cuore (cioè in piena intelligenza), con tutta l’anima (vale a dire per tutta la vita), con tutte le forze e amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”.
[viii] In ambiente cattolico contemporaneo si pensa che si tratti di un simbolo dell’evoluzione, dalla primitiva materia passando al brodo primordiale fino all’essere umano dotato di ragione.
[ix] Gn (Genesi) 2, 7.
[x] Gn 1, 24.
[xi] Gn 1, 27.
[xii] Ma, per i cristiani, ha pure un corpo come Dio o, per esattamente dire, come quello di Gesú-uomo-Dio.
[xiii] 1 Cor 15, 35 – 44.
| Titolo | ||
| Autore | Pagliarino Guido | |
| ISBN | 88 - 7418 - 106 - X | |
| Dati | 126 p. | |
| Anno | 2002 (ma stampato nel gennaio 2003) | |
| Editore | Prospettiva Editrice | |
| Collana | Orione |
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